top of page

Il caffè col professore - VITTORIO LINGIARDI (Lorenzo Cappitti)

  • Immagine del redattore: Lorenzo Cappitti
    Lorenzo Cappitti
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min


1) Cercando di compilare questa intervista mi sono messo davanti ai suoi libri da “Farsi Male” a “Arcipelago N” passando per “L’ombelico del sogno” e “Diagnosi e Destino” fino ad arrivare a “Corpo, umano” il filo conduttore, che lega e segna la sua scrittura, sembra essere l’arte, in tutte le sue accezioni. Quanto è importante questa dimensione nella sua vita, anche da scrittore?

Moltissimo, l’arte è una casa. Può toccare la tua solitudine, ma al tempo stesso la cura. Non ti lascia mai solo. Su quella tela si sono posati altri occhi, quelle note sono entrate in altre orecchie, quelle parole hanno attraversato la vita di altri lettori. L’arte crea un paesaggio e una comunità. Arriva dove la teoria si ferma, dove la clinica si fa da parte. Per questo i miei libri sono pieni di riferimenti artistici. Quanto alla mia scrittura, spesso è guidata da una frase che ho letto in un romanzo di Ian McEwan: «il poetico, lo scientifico, l’erotico: perché mai la fantasia dovrebbe votarsi al servizio di un unico padrone?».


2) Psicoanalisi e mito; il mito ci guida e ci accompagna e, in qualche modo, ci definisce se non del tutto almeno sotto certi aspetti. Leggendo “Arcipelago N” e il mito di Narciso è stato questo il primo pensiero. Lei cita Freud quando sostiene che i poeti arrivano prima della psicoanalisi. È ancora vero? La letteratura può ancora essere una chiave di analisi per poterci comprendere?

Il mito e la letteratura sono grandi racconti che parlano di noi. I poeti arrivano prima perché il loro compito non è “spiegare”, ma cogliere al volo: vedere prima e con velocità. Una velocità quasi neurale. E poi l’arte parla prima di tutto al corpo: quando guardiamo un quadro o un film pensiamo di farlo con gli occhi e con le nostre facoltà cognitive. Queste arrivano dopo. Le ricerche sui neuroni specchio dimostrano che l’esperienza estetica implica un’attivazione del cervello che è inizialmente senso-motoria e viscero-motoria. Da lì parte il reclutamento della memoria e delle emozioni. E finalmente si produce il movimento psichico. La letteratura non fornisce diagnosi: offre personaggi, destini, monologhi interiori. Narciso, Edipo, Antigone, Amleto: non sono figure chiuse nel passato, ma esperienze psichiche che continuano a visitarci. La psicoanalisi ha un legame originario con la mitologia. Evidente in Jung, che parla proprio di «immaginazione mitopoietica», e in Freud, per il quale «i miti non sono piovuti giú dal cielo», semmai sono stati proiettati lassú dopo esser nati tra gli uomini. «Ed è a questo contenuto umano», conclude, «che si rivolge il nostro interesse». Bion afferma che la psiche si spinge nel «dominio del mito» e Hillman che la «psicologia è in ultima analisi una mitologia». Per concludere questa mini-rassegna con uno dei miei psicoanalisti preferiti, Stephen Mitchell, ecco, lui paragona il lavoro analitico a una creazione comune – di analista e analizzato – di miti e metafore personali.


3) In “corpo, umano” lei scrive che “tutta la pelle è superficie dell’amore”, riflettendo sulla necessità di essere toccati. Ad oggi il corpo sembra essere il grande assente nelle relazioni (mi viene in mente la paura del contatto durante il lock-down da Covid-19) quanto questa mancanza può essere pericolosa per le nuove generazioni?

Il corpo è il nostro primo luogo psichico. È il nostro io, ma anche il primo tu. Il corpo è fatto memoria, a partire dal modo in cui siamo stati accuditi, oppure trascurati: mani affettuose, calmanti, frettolose, intrusive. Due parole chiave dello psicoanalista e pediatra Winnicott sono “holding” e “handling”: sostenere e maneggiare. Il tocco e lo sguardo di chi si prende cura di noi plasmano la nostra personalità e il futuro delle nostre relazioni. La pandemia ha reso visibile qualcosa che già stava accadendo con l’enorme sviluppo della vita online: una progressiva smaterializzazione di quelle che io chiamo le “relazioni toccanti”. Dall’analogico al digitale è stato un salto antropologico, dobbiamo prenderne atto. Il contatto non è solo pelle: è ritmo, odore, postura, distanza, respiro, sguardo. Oggi, con corpi semi-virtuali (nel lavoro, nelle relazioni), rischiamo di dimenticarlo. Poi, quando incontriamo un corpo “vero”, rischiamo di spaventarci. Pensando alle nuove generazioni, se il digitale sostituisce la presenza, invece di integrarla, questo è un rischio evolutivo. Se l’intelligenza artificiale sostituisce quella umana, anziché interagire con lei, il nostro funzionamento cognitivo e creativo, si modificherà. Come sta avvenendo.


4) “Diagnosi e Destino” è un viaggio meraviglioso in un mondo complicatissimo che è, appunto, quello della diagnosi. Oggi il linguaggio medico sta diventando sempre più abusato (basta pensare ai social). Questo rischia di diventare pericoloso e può portare a identificarci con una diagnosi o può andare a nostro vantaggio sensibilizzandoci sul tema della salute psichica?

La sensibilizzazione è preziosa: per molto tempo la sofferenza psichica è stata nascosta, colpevolizzata, taciuta. Oggi possiamo correre un rischio opposto: trasformare la diagnosi in un’etichetta identitaria. Dire sono “depresso”, sono “borderline”, sono “narcisista” può diventare una scorciatoia per non esplorare la nostra complessità biologica, psicologica, sociale e culturale. Cioè l’intera vita. Lavorare sulle diagnosi è una parte molto importante della mia attività clinica e accademica. Proprio per questo dico che la diagnosi deve sempre aprire alla comprensione, non chiuderla. Alla comprensione e, aggiungo, alla relazione, a volte in vista di un trattamento. La diagnosi serve a scegliere il trattamento migliore. La sofferenza psichica ha bisogno di essere nominata, ma non incatenata a un nome.


5) Siamo tutti un po’ masochisti e siamo tutti un po’ narcisisti. Da dove nasce il bisogno di scrivere questi libri?

Lo studio della personalità e delle sue variazioni è da sempre al centro dei miei lavori scientifici. Poi ho pensato che poteva essere utile, trovando il giusto linguaggio, raccontare a un pubblico più ampio il modo in cui la nostra personalità influenza le nostre relazioni. E così ho scritto Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo e Farsi male. Variazioni sul masochismo. E ho già in mente un nuovo saggio breve con una terza “variazione” importante. Abbiamo tutti bisogno di conoscere quella zona di confine tra la personalità come stile individuale e la personalità come dimensione clinica o addirittura psicopatologica. Scrivo questi libri perché mi interessano le forme in cui ci salviamo e ci sabotiamo. E perché per smettere di farsi male bisogna prima capire che male ci stiamo facendo.


6) SpeakEasy si occupa di arte, così ho deciso di chiudere l’intervista in maniera divertente. Mi può elencare i suoi tre libri del cuore, tre quadri, tre film e tre album o canzoni?

È un gioco crudele, ma diverte anche me. Provo a rispondere – tanto sappiamo entrambi che le ispirazioni e i gusti cambiano nel tempo. Tre libri: tutte le Poesie di Emily Dickinson, Alla ricerca del tempo perduto di Proust (e così in un colpo solo ho sette libri!), I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke. Tre quadri: L'Annunciazione di Beato Angelico (quella nella cella 3 Museo San Marco di Firenze), La Vocazione di San Matteo di Caravaggio e, tra i moderni, forse gli Screaming Popes di Francis Bacon. Tre film: Fanny e Alexander di Bergman, 8½ di Fellini, I 400 colpi di Truffaut. Tra gli album posso mettere Così fan tutte di Mozart? Poi Abbey Road dei Beatles; infine, anche per motivi sentimentali, Mina Live '78.


7) Per ultimo, chi è Vittorio Lingiardi prima di essere medico e psicoanalista?

“Prima di…” c’è sempre un bambino. Che spero almeno in parte sopravvissuto all’età adulta. È lui che gioca e raccoglie i materiali dei miei libri, rapito da un’immagine, da un suono, da una storia. Poi arriva il medico, che ascolta e osserva; e cerca di non dimenticare di essere un “guaritore ferito” (un altro mito!). Alla fine c’è il prof un po’ossessivo che cataloga, ordina, dispone. Sono un inquieto stabilizzato dalle proprie ossessioni e addolcito dal sentimento della cura. Cerco di conciliare molte anime, facendomi aiutare dal motto alchemico solve et coagula (quando è troppo liquido condensa, quando è troppo solido sciogli) e dal famoso detto freudiano amare e lavorare.


(ph credits: [(C) Pasqualini/MUSA])

Commenti


bottom of page