Mi capisci davvero o sai soltanto cosa dire? - Forse diamo troppo per scontato che dietro le parole ci sia sempre qualcuno.

Quando qualcuno ci dice “ti capisco” di solito non fermiamo a chiederci cosa stia succedendo
davvero nella sua testa, non possiamo sapere se abbia provato esattamente ciò che stiamo
provando noi e probabilmente non lo sapremo mai. Eppure quella frase ci basta (almeno quando arriva dalla persona giusta nel momento giusto), perché il linguaggio funziona anche così: ci permette di attraversare continuamente una distanza che in realtà non scompare mai del tutto. Io non posso entrare nella coscienza altrui e viceversa. Posso solo raccontare di essere triste, ma non posso consegnare la mia tristezza a qualcun altro, posso provare a descriverla, posso cercare una metafora, raccontare cos’è successo e magari trovare una frase che le contenga e l’altro può ascoltarmi e riconoscere una sensazione che ha già provato. Ma tra quello che sento io e quello che comprende l’altro rimarrà sempre uno spazio. Forse il linguaggio è necessario proprio per riempire quello spazio. Poi però abbiamo inventato qualcosa che parla, che interagisce linguisticamente con noi e improvvisamente la questione è diventata più complessa.
Quando un IA ci risponde non abbiamo davanti solo uno strumento che calcola e recupera informazioni, ma qualcosa che utilizza la stessa materia con cui costruiamo la maggior parte delle nostre relazioni: le parole.
Possiamo raccontarle di una separazione e ricevere una risposta delicata, possiamo descriverle
una paura e sentirci rispondere esattamente nel modo in cui vorremmo, possiamo addirittura dirle che ci sentiamo soli e ottenere una conversazione che per qualche minuto rende la nostra
solitudine meno rumorosa.
A questo punto la domanda sorge spontanea: se mi sento compreso che importanza ha se
dall’altra parte esiste davvero qualcuno che comprende?
Wittgestein aveva intuito (molto prima dei chat bot) che il significato delle parole che non fosse una piccola sostanza intrinseca, ma che le parole significano qualcosa perché vengono usate dentro una vita condivisa, dentro pratiche, situazioni, abitudini e relazioni.
Dire “mi dispiace” a un funerale non equivale a dirlo dopo aver urtato qualcuno per strada, non
perché il dizionario sia cambiato, ma perché è cambiato il mondo dentro cui quelle parole
vengono pronunciate.
Il linguaggio non vive soltanto nelle frasi, vive nelle forme di vita che rendono quelle frasi possibili ed è qui che l’IA rende tutto stranamente interessante: può imparare molto bene come utilizziamo il linguaggio senza necessariamente condividere la forma di vita da cui quel linguaggio nasce.
Può sapere quando dire “mi dispiace” senza dispiacersi, può riconoscere un linguaggio d’amore
senza innamorarsi, ci costringe a separare due cose che per molto tempo abbiamo trattato come se fossero la stessa cosa. La comprensione e la sensazione di essere compresi non coincidono necessariamente: possiamo essere compresi da qualcuno e non sentirlo affatto, succede continuamente e adesso scopriamo che è possibile anche il contrario.
Forse è per questo che parlare con un’ IA può diventare così intimo, non perché la “macchina” sia diventata improvvisamente umana, ma perché il linguaggio ha sempre avuto il potere di farci percepire una presenza.
Quando qualcuno trova le parole giuste tendiamo a sentire che abbia raggiunto qualcosa di noi, ma cosa succede quando quelle parole arrivano senza esperienza? Forse nulla, oppure forse
cambia tutto...
Buber pensava che l’esistenza si costruisse nella relazione tra IO e TU e il TU non è semplicemente qualcosa che abbiamo davanti, è qualcosa che incontriamo senza poterlo ridurre
completamente a ciò che sappiamo di lui, ed è questo che rende le relazioni difficili: l’altro non è progettato per soddisfarci, l’altro è fastidiosamente libero di deluderci o andarsene.
L’IA ci offre qualcosa di diverso. Possiamo chiederle di ascoltarci, rassicurarci senza doverle
restituire nulla, mentre il rapporto con l’altro pretende reciprocità.
Quando qualcuno dice “ti amo” cosa rende quella frase diversa da una sequenza
grammaticalmente perfetta? Forse il fatto che avrebbe potuto non dirla, e nel farlo acquista
valore.
Ma forse una relazione inizia esattamente qui, nel momento in cui davanti a noi non troviamo uno specchio capace di restituirci la versione migliore delle nostre parole, ma qualcosa che non
possiamo controllare completamente, qualcuno che rimane irriducibilmente altro e che proprio per questo, quando ci dice “ti capisco” riesce ancora a farci sentire meno soli.



Commenti