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La tragedia di sentirsi vivi nel momento sbagliato.

Immagine del redattore: Chiara Olcese
Chiara Olcese
22 mag
Tempo di lettura: 3 min

A volte penso che la nostra generazione non sia triste nel modo corretto: non abbiamo il

romanticismo tragico dei poeti maledetti, né il dolore eroico delle grandi crisi esistenziali

del 900. La nostra è una malinconia diversa: silenziosa, intermittente, mescolata fra

notifiche e playlist che non ascoltiamo mai davvero (facciamo sempre altro nel mentre).

Siamo devastati, ma performanti. Soli, ma raggiungibili sempre. Incapaci di fermarci

abbastanza da capire cosa stiamo realmente provando.

Ci sono cose, pero', che ci obbligano a sentire. Murubutu per me fa parte di queste.

La prima volta che ho sentito un suo album ho avuto una sensazione strana: sembrava

che qualcuno stesse restituendo peso alle cose, alle parole prima di tutto, ma anche al tempo, alla memoria e alle persone.

In un panorama musicale dove tutto sembra essere progettato per essere consumato rapidamente, Murubutu costringe a rallentare. E rallentare oggi è un atto sovversivo.

Dobbiamo essere prestanti, interessanti, produttivi, belli, ironici e possibilmente colti (ma

non troppo). È un’esistenza costruita per essere mostrata. Succede, allora, che perdiamo

contatto con quella parte fragile e confusa di noi stessi: quella che dubita e si ferma.

È forse per questo che i suoi album fanno cosi “male": perché obbligano a sentire. E sentire oggi è insostenibile.

C’è qualcosa nella sua musica che disturba profondamente, ovvero quella capacità di trasformare il tempo in una ferita aperta. Ogni brano sembra abitato da persone che arrivano sempre troppo tardi; troppo tardi per l'amore, per salvarsi e troppo tardi per sentire se stesse.

E allora i suoi personaggi viaggiano. Viaggiano continuamente, attraverso oceani, stazioni, città illuminate male dentro notti infinite. Ma più si muovono più precipitano dentro loro stessi, come se il viaggio non fosse libertà, ma fuga disperata dal vuoto.

Viene così spontaneo, ascoltandolo, pensare a Heidegger e alla sua idea di essere umano

come creatura gettata nel mondo contingentemente, senza averlo chiesto, senza averlo scelto davvero.

Nasciamo senza un perché (o ameno senza saperlo), veniamo trascinati dentro vite già iniziate e indirizzati in società già formate.

Ci resta solo da capire se il personaggio che interpretiamo sia veramente nostro e

Murubutu racconta costantemente questa frattura profonda tra ciò che siamo e ciò che

recitiamo.

Per questo i suoi album non sono solo "musica colta" (definizione troppo piccola, troppo estetica…), ma sono confessioni esistenziali travestire da rap.

Ci sono brani che non riesco ad ascoltare distrattamente perché mi danno la sensazione

orribile di essere stata scoperta, come se qualcuno avesse preso quella parte di me che

cerco continuamente di anestetizzare: la nostalgia, la paura del tempo, il senso di

estraneità.

Murubutu parla continuamente di memoria perché è l'unica cosa che ci impedisce di

diventare completamente liquidi e superficiali in un’epoca ossessionata dal presente immediato dove tutto deve sparire velocemente: conversazioni, relazioni, contenuti, perfino il dolore. Ma il dolore ignorato non scompare, sedimenta.

Nietzsche diceva che in ogni essere umano esiste un abisso e credo che gli album di

Murubutu funzionino perché non cercano di chiuderli, ci si siedono accanto. È questo che

li rende (quasi) insopportabili, perché siamo abituati ad un intrattenimento che consola,

distrae, semplifica: Murubutu invece complica tutto. Ti ricorda che il tempo passa, che le

persone cambiano e che certe versioni di noi sono morte senza che nessuno se neaccorgesse, che esistono luoghi dove non torneremo mai più anche se fisicamente

esistono ancora. Improvvisamente capisci che la nostalgia non è voler tornare indietro ma

è il lutto per tutte le persone che siamo stati.

È per questo che il cantante cita sempre la notte: unico momento in cui le identità costruite cedono leggermente. Di notte smettiamo di essere performanti, smontiamo lentamente il personaggio sociale e tornano le domande che di giorno riusciamo a soffocare.

Sto vivendo davvero? Oppure sto solo attraversando il tempo cercando disperatamente di sembrare viva?

Qui Murubutu diventa quasi crudele perché non offre mai una vera salvezza.

Niente finale rassicurante e nessuna frase motivazionale, non c’è la guarigione spettacolare e miracolosa che oggi pretendiamo da ogni dolore.

Le persone restano incomplete, fragili e irrisolte. Umane.

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