Nietzsche Scrolla Ancora: i filosofi avrebbero odiato Instagram?

La filosofia come antidoto all’algoritmo: cosa succede quando il pensiero lungo entra in un
feed da 15 secondi.
Instagram non è solo una piattaforma: è un ambiente cognitivo, cioè un modo di organizzare
il pensiero. È veloce, istantaneo, estetico, performativo.
La filosofia, invece, è lenta, discorsiva, riflessiva, strutturalmente anti-algoritmica.
Se ipotizzassimo la presenza dei più celebri filosofi su Instagram osserveremmo uno scontro tra due forme “mentali”: la mente dell’attenzione breve (scroll, tap, like…) e la mente dell’argomentazione (domanda, concetto, deduzione).
E questo scontro rivela qualcosa su noi, non solo su loro.
Per esempio c’é un’immagine che torna sempre quando si parla di Nietzsche, ovvero quella dell’individuo che crea i propri valori, che non si lascia definire dagli altri, che vive come un’opera d’arte in continua costruzione.
Ora prova a immaginare questa figura libera, sovversiva, tragica, catapultata dentro un
ambiente dove tutto dipende da quanto sei piaciuto. Benvenuti su Instagram, la terra
promessa del consenso!
Per Nietzsche, ciò che rende autentica un’esistenza non è l’approvazione esterna, ma la forza creativa interna. È quell’energia che lui chiama volontà di potenza, non é il dominio sugli altri, ma la capacità di trasformare se stessi.
Instagram però funziona su una logica diversa perché non premia chi crea qualcosa di nuovo, ma chi riesce a rientrare perfettamente nei codici estetici e narrativi che l’algoritmo favorisce. In parole povere, non chi rischia, ma chi rassicura.
Il feed è un luogo dove l’“ultimo uomo” prospera: mediocre, compiacente, privo di rischi. La vita estetizzata diventa così la conferma perfetta del suo sospetto: che ci siamo accontentati di divertirci invece di diventare ciò che siamo. Il filosofo di Röcken avrebbe visto nell’ossessione da engagement confusione tra valore e visibilità.
È per questo che, se Nietzsche fosse su Instagram, probabilmente non posterebbe nulla. Non in modo snob, ma perché capirebbe che l’unico modo per non farsi risucchiare dal
consenso è evitare di giocarci. O, se proprio dovesse usarlo, lo farebbe come un sabotatore
con contenuti scomodi, domande indigeste e zero filtri (nel senso metaforico del termine).
Se c’è un filosofo che, invece, avrebbe capito Instagram prima ancora che venisse inventato, quello è Arthur Schopenhauer. Il suo pensiero ruota attorno a un’idea semplice e devastante, quella che l’essere umano è guidato da una “volontà cieca”, un impulso che ci spinge a desiderare continuamente qualcosa, senza che questo qualcosa ci basti mai in realtà.
Nel mondo contemporaneo questa dinamica è quasi invisibile ormai, perché il desiderio è diventato parte naturale della nostra routine. Facciamo scroll sui feed o tra il reel, mettiamo like, guardiamo cosa hanno gli altri, proiettiamo versioni migliorate di noi stessi e facciamo tutto in modo automatico. Ed è proprio qui
che Instagram diventa, nel senso più schopenhaueriano possibile, la materializzazione
perfetta di quella “volontà”. Lo scroll infinito funziona come una piccola macchina del desiderio se ci pensiamo, promette un contenuto “migliore” subito dopo quello che hai appena visto. La logica è la stessa del meccanismo che descrive Schopenhauer nel “Mondo come volontà e rappresentazione”: appena soddisfi un desiderio, ne arriva un altro, poi un altro ancora. Non esiste un punto di arrivo, solo una tensione continua. Schopenhauer ha una visione molto cruda dell’essere umano, dice che siamo creature che desiderano ciò che vedono negli altri e soffrono nel non averlo e Instagram amplifica questa percezione della realtà , trasformandola in una vetrina perpetua in cui la felicità degli altri, filtrata e ripulita, diventa il metro con cui misuriamo la nostra. È qui che nasce quella che lui chiamerebbe “sofferenza da rappresentazione”: ciò che vediamo non è la realtà, ma un’immagine che la mente interpreta, e che, inevitabilmente, ci ferisce.
E alla fine io faccio la social media manager quindi, tecnicamente, passo le giornate dentro quello che per Nietzsche è il regno del consenso e per Schopenhauer una macchina del desiderio che non si spegne mai.
La cosa divertente è che funziona, quella meno divertente è che funziona anche su di me.



Commenti