SIRAT - La potenza del racconto
- Eugenio Nigro

- 3 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 7 apr
Vi è mai capitato di stare male, parlo proprio di stretta allo stomaco e lacrimoni in bilico al bordo degli occhi, nel raccontare un film che si è visto appena qualche giorno prima?
Ecco, a me, che sono pure un sentimentale dal groppo in gola facile, non era mai capitato. Non fino a quando, qualche tempo fa, ho visto “Sirat”, film diretto da Oliver Laxe, e qualche giorno dopo mi sono ritrovato a raccontarne l’intera storia. Sono sincero, è stato spiazzante. Quasi disturbante, sentire lentamente, ma, fin dal primo istante, affiorare e crescere sempre di più questa nuova sensazione. E non mollarmi più fino alla conclusione del racconto. È l’impatto di questa inaspettata reazione che mi ha portato a pormi, e a porre a voi che state leggendo queste righe, la domanda dell’incipit e a cercare di capirne i motivi. Perché, diciamocelo, è fatto comune a tutti noi di ridere, piangere, arrabbiarsi e spaventarsi durante la prima visione di un film. Addirittura, se ci è particolarmente entrato dentro ci succede di sentire le stesse vibrazioni anche nel riguardarlo un numero indefinito di volte.
Infatti, se ci soffermassimo giusto un paio di minuti a pensare a un’ipotetica lista di film che portano con sé questa forza emotiva sarei pronto a scommettere che, per la maggior parte di noi, sarebbe molto lunga, probabilmente anche troppo. A pensarci più di due minuti, approfondendo la questione, tireremmo fuori una lista più ristretta di pellicole che non ci emozionano solamente durante la visione, ma anche quando ne parliamo con qualcuno. In particolar modo, è spesso il racconto di qualche scena trionfante o particolarmente toccante a farlo, arrivando addirittura alla famosa pelle d’oca (sì, Signore degli Anelli, sto guardando proprio te).
Una volta concluso il racconto della scena però l’emozione si spegne lì.
Ecco, “Sirat” qui fa un passo in più, restringe ancora la lista. Nel mio caso, anzi, la crea proprio e ci si mette bello comodo. Dà vita alla lista di quei film capaci di farmi provare inquietudine, disagio e tristezza non solo nel guardarlo, ma anche nel raccontarlo. A tal punto da avere una reazione fisica, un vero e proprio nodo alla gola per tutto il tempo che ne ho parlato. Vi dirò di più, ora che ci sto ripensando, scopro che in parte è così anche mentre ne scrivo. Ora, arrivati a questo punto, mi rendo conto che per fare in modo che chi non ha ancora visto il film possa capire bene fino in fondo cosa sto dicendo, dovrei sbilanciarmi nel raccontare qualcosa di specifico del film, darne un assaggio. Mi dispiace se qualcuno se lo aspettava, ma non lo farò. È molto importante che ci si approcci vergini di ogni informazione al film.
Riesco però a dirvi, in conclusione, che ho compreso il perché della mia sofferenza da narrazione. E il motivo, come spesso accade, si potrebbe dire banale. Oliver Laxe confeziona un’opera cinematografica che riesce, per mezzo di tutte le sue componenti (regia, fotografia, musiche, attori...) a mettere in scena una storia che narra in maniera schietta, a tratti brutale, la realtà. Non è il primo a farlo, ma in qualche maniera lo ha fatto così bene che nel mio personale passaggio da narrazione visiva a narrazione orale, per la prima volta le emozioni mi sono rimaste dentro con la stessa forza. Scopro così la potenza del racconto.

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