Fuori dalle regole del bene e del male - Perche' la disobbedienza ha la faccia di Rufy di One Piece

Che One Piece sia un’opera planetaria che ha polverizzato le barriere è cosa nota, ma vedere la Jolly Roger della ciurma di Rufy nelle proteste della nostra generazione è qualcosa che ancora mi sconvolge. È come se la forza narrativa dell’opera di Oda avesse sorpassato la quarta parete facendosi carico, come sempre nell’opera del resto, dei problemi di chi non ha forza e voce per combattere le ingiustizie del suo mondo.
Mi sono ritrovato così a ragionare su una figura che probabilmente non ho mai capito a fondo, che dopo aver sentito parlare di disobbedienza, tema del mese sulla nostra rivista, mi è balenata subito davanti, come se il suo ingombrante carattere avesse coperto tutte le infinite possibilità che questa parola possiede al suo interno. Non voglio dilungarmi con teorie o segreti da esperto che assolutamente non sono, voglio solamente ragionare su come questa figura si esenti totalmente da una definizione di bontà o malvagità. Rufy o Luffy o Rubber nel doppiaggio italiano, non agisce con regole morali o etiche, poiché è completamente disinteressato a qualsiasi tipo di giudizio o parere sulla sua persona. Rufy non è né buono, né cattivo, ma è solamente profondamente umano, un bambino cresciuto senza essere traviato dalle regole del mondo e della società.
L’unica cosa di cui ha paura è di rimanere solo, ma questo è un tema molto ricorrente negli anime giapponesi: a differenza di altri protagonisti che cercano l'approvazione altrui o fuggono dal dolore, Rufy non brama il consenso di nessuno, vuole solo essere circondato da persone libere con cui ridere e condividere la strada. Si attacca emotivamente a chi non esercita potere sugli altri, ma che o subisce soprusi o semplicemente non utilizza la propria forza per soggiogare i più deboli.
Mi impegnerò a gestire questo discorso senza fare spoiler, perciò non elencherò i numerosi esempi che trovo decisivi per queste mie tesi, ma mi limiterò a fare un discorso più generico in cui tratterò Rufy come un amico qualsiasi, cercando di ragionare sul perché dei suoi comportamenti.
Facciamo un salto indietro partendo dalla costruzione del mondo di One Piece. La mappa del mondo dove naviga Cappello di paglia (sì, sempre Rufy) è frastagliata da un numero inqualificabile di isole sparse su quattro mari, divisi verticalmente dall’unica striscia di terra, ovvero la Red Line e, orizzontalmente, dalla rotta maggiore, una lingua di mare stracolma di isolette che non seguono le regole del meteo e della natura. Questo strano e difficile mondo ha un equilibrio di potere vacillante, ma comunque solido. Da una parte c’è il Governo Mondiale che esercita potere esecutivo tramite la Marina, un corpo di “polizia” gerarchizzato. Dall’altra parte ci sono i Quattro Imperatori, pirati criminali che hanno il controllo sostanzialmente di tutta la pirateria. In mezzo vi sono delle figure ibride, ovvero la Flotta dei Sette, potenti pirati arruolati dalla Marina nella speranza di bilanciare le forze in gioco, pagati con l'amnistia per i loro crimini.
Ognuna delle forze in gioco è profondamente malvagia e corrotta. Il Governo mondiale è una macchina oppressiva che agisce solamente per il benessere dei nobili. Qua c’è il primo punto in comune con la realtà, il primo passo che ha portato la Jolly Roger con il cappello di paglia sulle strade del Nepal, delle Filippine, della Francia e poi di tutto il mondo. Oda descrive con estrema lucidità una caricatura dei governi e del potere tra gli esseri umani, che sta diventando sempre più la realtà dei giorni nostri. Non che prima i governi non fossero corrotti e/o oppressivi, ma è l’inesorabilità con cui queste cose stanno venendo riconosciute e accettate dalla popolazione che rende la linea del televisore sempre più sottile. Il Governo Mondiale di One Piece chiede obbedienza attraverso lo strumento della forza per arrivare alla giustizia, parola stampata su tutte le giacche dei soldati della Marina. Ma quella giustizia è totalmente distorta, concetto utilizzato solamente per poter giustificare le peggiori atrocità come soprusi e genocidi senza alcuna remora. (Vi ricorda qualcosa?). I pirati dall’altra parte sono esattamente quello che sono: dei criminali senza pietà che attraverso la forza e la violenza cercano di ottenere tutto quello che vogliono. Almeno in questo sono coerenti nelle proprie scelte.
Ed ecco che ci rimane Monkey D. Luffy, una scheggia impazzita all’interno di questo sistema dove i buoni vengono schiacciati dai cattivi. Ed è propri il fatto che lui non sia ingenuamente nessuno dei due che lo rende il motivo di spaccatura di tutto questo equilibrio. Rufy picchia, distrugge castelli di potere, ma allo stesso tempo rischia la sua vita per qualsiasi essere che ne abbia bisogno. Umano fino al midollo, se non fosse che è di gomma. Disobbedisce a tutti, al bene e al male, ascoltando solamente sé stesso, una voce interiore che brama solamente la libertà totale. Vuole diventare re dei pirati, non per comandare su qualcuno, ma per poter far quello che vuole; ma a differenza di noi esseri umani, che ci lasceremmo subito ubriacare dal potere e dalla corruzione, Rufy resta irriducibile e incorruttibile dalle norme sociali. Un umano puro, non per questo buono o cattivo.
Ed ecco che l’iconografia di Cappello di paglia assume nella realtà una doppia valenza: la prima è che essendo un simbolo di un’opera inventata è totalmente neutrale e accessibile a chiunque, la seconda è che esce dalle solite retoriche di bene e male, ma centra totalmente il punto della questione di una qualsiasi ribellione popolare contro il potere. Stiamo protestando perché voi state abusando del vostro potere e ciò si sta abbattendo su tutti noi e proprio come Luffy, non ci stancheremo mai di combattere per quello che crediamo.




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