Trump bombarda il mondo perche’ e’ narcisista e a noi piace cosi’ perché’ siamo masochisti.

È il 2016 quando numerosi professionisti tra psicologi e psichiatri decidono di violare la regola ‘goldwater’ redatta dall’APA (American Psychological Association) per cui non si può emettere diagnosi senza che questa venga esplicitamente richiesta dal paziente.
Il motivo di questa scelta è mettere in guardia la popolazione rispetto all’organizzazione
narcisistica di personalità di D. Trump e ai pericoli che potevano insorgere dalla sua elezione.
Alla luce dei recenti avvenimenti che hanno come protagonista il presidente, dallo scontro con il Papa, alle fake news fino alle decisamente più drammatiche operazioni belliche, la diagnosi sfuma nella sua importanza per dare centralità a quesiti più importanti.
Modificare il punto di vista significa spostare il fulcro dalla ‘follia’ apparente di Trump alle
motivazioni ( che siano psicologiche, sociali o politiche) che hanno portato alla sua elezione e alla scelta di affidarsi a leader politici autoritari prima che autorevoli ed evidentemente pericolosi.
Uno sguardo interessante, tra le tante alternative teoriche possibili, lo offre la psicologia sociale e la teoria della gestione del terrore ( TMT, Greenberg, Pyszczynski, Solomon). Secondo gli autori, l’essere umano, essendo capace di spostarsi con il pensiero nel tempo, si trova a dover gestire il terrore legato alla consapevolezza della propria inevitabile dipartita e l’ansia che questa comporta.
Per ridurre questo senso profondo di angoscia, causato da un altissima salienza di mortalità
( inevitabile per l’esposizione alle immagini di guerre, disastri ambientali e crisi a cui siamo
perennemente sottoposti), l’uomo aderisce a sistemi di valori condivisi e ad associazioni ( anche e soprattutto pericolose) per ridare senso alla propria esistenza e, quindi, alla propria morte.
Un altro punto di vista interessante rispetto alle premesse iniziali è quello di V. Lingiardi sul ‘nostro masochismo collettivo’: in un momento di forte crisi l’essere umano punterebbe a ridurre la complessità regredendo a una forma di ragionamento binario e accettando l’assoluto come difesa di fronte alle proprie paure.
Messi di fronte ad uno stress ingestibile, quindi, preferiamo le certezze e soprattutto chi le
promette.
Riflettere sul tema, inevitabilmente, comporta guardare a possibili soluzioni e a proposte
alternative e, tra queste, ri-educarci alla complessità sembra essere il punto di partenza.
‘Aprirsi al possibile’ in una riflessione di Ponty significa sottoporsi al dubbio e alle incertezze ma anche passare da ‘una storia subita a una storia voluta’; è la possibilità di compiere il passaggio eroico di morire per un assoluto a combattere qualsiasi assoluto.
L’arte è il territorio del dettaglio, del complesso e della sfumatura che ci definisce e differenzia e
per questo, forse, la nostra prima ancora di salvezza verso una forma di pensiero critico e di
salvezza, è la via regia per osservare il mondo.



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