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Tra i venti e i trenta: l’eta' in cui sembra di dover avere gia' capito tutto

Immagine del redattore: redazionespeakeasy
redazionespeakeasy
2 mag
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 5 mag

C'è un momento della vita, più o meno tra i 20 e i 30 anni, in cui l'aria intorno a noi cambia.

Gli altri iniziano a parlare di carriere definite, relazioni stabili, progetti già pronti. E noi, anche se stiamo facendo del nostro meglio, abbiamo spesso l'impressione di inseguire qualcosa che non riusciamo nemmeno a nominare.

È l'età delle domande che non hanno una risposta immediata: “Cosa voglio davvero?”, “Sono in ritardo?”, “Sto facendo abbastanza?”, e la più silenziosa di tutte: “Perché gli altri sembrano più sicuri di me?”.

La verità è che nessuno lo è davvero, solo che siamo diventati estremamente abili nel dissimulare il dubbio e nel costruire narrazioni ordinate delle nostre vite, come se ogni esitazione fosse un errore anziché un passaggio inevitabile dell’esistenza.

La chiamano età adulta emergente, un elegante modo per definire quella soglia incerta in cui non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora diventati ciò che immaginavamo. È uno spazio fatto di tentativi, deviazioni e ripensamenti.  

Eppure, proprio mentre siamo più esposti all’incertezza, ci viene chiesto di scegliere: cosa studiare, chi diventare, in che direzione andare. Convincendoci che le nostre decisioni abbiano il peso di qualcosa di definitivo. “Ho iniziato, quindi devo finire.”

Così, vai avanti, accumuli anni, esperienze, strade percorse senza fermarti davvero a guardarle, finché poi non arriva la domanda più scomoda delle altre: Era davvero questo che volevo?

Cambiare strada però non è previsto, o almeno non facilmente. C'è sempre uno sguardo pronto a trasformare il cambiamento in incoerenza, il dubbio in errore.

Allo stesso modo chi ha scelto di lavorare subito si trova incastrato in una logica opposta, ma altrettanto rigida: la stabilità come obbligo, la rinuncia come forma di responsabilità.

In ogni caso, sembra che il valore di una vita passi inevitabilmente da una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: E tu cosa fai nella vita? E in quel momento, qualcosa si stringe dentro, perché magari non hai una risposta abbastanza solida, abbastanza convincente, abbastanza “giusta”.

Nel frattempo si insinua un’illusione ancora più sottile, quella che il presente sia solo un investimento, un passaggio necessario verso un domani finalmente compiuto. Come se la felicità fosse sempre rimandata, sempre un passo oltre.

Ma la vita non è una promessa differita, né un equilibrio garantito in cambio di sacrificio. E soprattutto, non è una linea obbligata.

L’errore non è cambiare strada: è restare fermi in una direzione che non ci somiglia più, per paura di riconoscere che esistono alternative. Non fallisce chi cambia strada, fallisce chi si convince di non poterlo fare.

Forse dovremmo concederci il lusso di rallentare, di non sapere.  Di provare, cambiare idea, ricominciare. Di accettare che non avere tutto sotto controllo non è una mancanza, ma una condizione profondamente umana. E ricordarci che il presente non è un anticipo sul futuro, ma l’unico tempo che non tornerà più indietro.

Se ci pensiamo bene, i momenti in cui siamo stati davvero bene non li avevamo programmati. Sono arrivati per caso, in un incontro, in un dettaglio, in qualcosa che non avevamo previsto. Le cose più autentiche non si pianificano, accadono.

E forse è proprio questo il senso di questa età così confusa e potente insieme: smettere di correre verso una versione ideale di noi stessi e iniziare a dare ascolto a ciò che ci fa respirare meglio, a ciò che ci fa sentire presenti, anche se non è perfetto, lineare o immediatamente comprensibile agli altri.

Forse la crisi dei venti e dei trenta non è una frattura ma un invito. Un invito a smettere di inseguire una normalità che non ci appartiene, ad accettare che la vita non segue un’unica direzione, che possiamo disfare un percorso senza disfare noi stessi.

Non serve arrivare sempre da qualche parte. Serve accorgersi dove siamo. Perché il tempo non verrà restituito. E forse l’unica vera urgenza è questa: smettere di aspettare il momento perfetto e iniziare, finalmente, a vivere.

Il resto può venire con calma.

 

Rebecca Musante

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