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Il dolce obbedire

Immagine del redattore: Sara Osimani
Sara Osimani
19 ott
Tempo di lettura: 4 min

“Voglio che qualcuno mi dica cosa indossare ogni mattina. Voglio che qualcuno mi dica cosa mangiare, cosa amare, cosa odiare, per cosa arrabbiarmi, cosa ascoltare, quale band seguire, quali biglietti comprare, su cosa scherzare, su cosa non scherzare. Voglio che qualcuno mi dica in cosa credere, chi votare, chi amare e come dirglielo. Io voglio che qualcuno mi dica come vivere la mia vita, Padre, perché finora penso di aver sbagliato tutto e so che è per questo che molti cercano persone come te nella loro vita, perché tu dici loro come vivere” [Fleabag, 2019].

Nella seconda stagione della serie omonima, Fleabag, non credente convinta, pronuncia questo monologo in un confessionale. Guardando la scena mi sono sentita tirata dentro: stava esprimendo uno dei miei desideri più reconditi, quello di consegnare la propria vita in mano a qualcun altro per evitare di essere schiacciati dalla responsabilità di scegliere.

Obbedire, insomma, per sentirsi liberi.


Mi rendo conto che possa sembrare paradossale, libertà e obbedienza suonano come concetti incompatibili. Eppure la realtà contemporanea ci dimostra al contrario quanto, per affrontare la complessità del mondo, siamo disposti ad affidarci a narrazioni semplificatorie e posizioni autoritarie. Quindi, per affrontare il tema della disobbedienza, vorrei partire della sua compagna, obbedienza.


I movimenti che nel secolo passato hanno richiesto a gran voce la libertà, anche attraverso la disobbedienza, si sono in parte trasformati, oggi, nella tentazione condivisa di rinunciarvi, per il carico di responsabilità individuale che la libertà comporta.

Azar Nafisi, in un romanzo che descrive invece una condizione di vita priva di libertà poiché regolata da un regime autoritario, lo dice con le parole di Saul Bellow: essere liberi fa paura, in Occidente il travaglio è quello di una morte nuova, che non vogliamo affrontare [Leggere Lolita a Teheran, p.346].


L’obbedienza è attraente. Ci persuade con una voce calda e avvolgente che seguendo la strada da lei tracciata saremo felici; felici perché alleggeriti, con uno scopo fissato e le istruzioni per raggiungerlo.

Ci protegge dall’infinità di scelte possibili che si aprono davanti a noi. Come già accennato in un precedente articolo - L’Ultimo Passo - la responsabilità individuale di perseguire una sola della strade che si aprono davanti a noi può immobilizzarci.

E mentre vari influencer ci ripetono che non è mai troppo tardi per tornare indietro, cambiare strada e vivere delle nostre passioni, sappiamo che non sempre è così facile, né così possibile.

Questa angoscia interiore viene sollevata però dall’obbedienza: se qualcun altro ti indica la strada, non è più responsabilità mia scegliere bene, avere successo, fare la cosa giusta.

Per questo Erich Fromm arriva a dire che l’uomo moderno ha bisogno dell’obbedienza al pari dell’acqua e dell’aria: non cerca la libertà, ma la libertà dalla responsabilità.


Eppure l’obbedienza cieca non ci libera. È attraente, sì, e ci rende più leggeri, ma comunque fermi.

Perché l’obbedienza acritica ci toglie molto di più di quanto sembri regalarci: autonomia e volontà individuale

Ed è proprio tramite atti di disobbedienza a ciò che percepiamo come ingiusto e lontano da noi che possiamo costruirci una giuda a cui attenerci, a cui obbedire in modo consapevole, libero, anche incoerente, ma scelto.


È quindi questo un paradosso senza uscita? Il peso della libertà individuale ci porta a desiderare di obbedire, ma l’obbedienza ci soffoca spingendoci a disobbedire?


Personalmente penso di no. Esistono due modi di obbedire: uno cieco, che delega, e uno cosciente, che sceglie. La vera disobbedienza è il passaggio dal primo al secondo. Resta però aperta il quesito del perché la responsabilità della libertà ci pesi così tanto.


La mia risposta, per quanto difficile, si trova in un cambio di paradigma, che può aiutare a una migliore comprensione di queste dinamiche.

L’attrattività dell’obbedienza dipende anche dal fatto che la responsabilità del nostro successo biografico gravi totalmente su di noi. Questo poggia sulla narrazione per cui tutti ormai abbiamo accesso agli strumenti necessari ad avere successo, dobbiamo solamente usarli bene, se falliamo la colpa è nostra. Ma il presupposto è errato, perché non tutti abbiamo gli stessi strumenti a disposizione e non tutto dipende dalle capacità personali - ci sono problematiche sociali e strutturali che non hanno soluzioni biografiche per quanto si sia portati a cercarle.

È ciò che descrive Ulrich Beck ne La Società del Rischio: “Le forme tradizionali e istituzionali con cui si affrontano ansie e insicurezze nella vita […], perdono importanza, e in misura corrispondente si attribuisce questo compito ai soggetti. Da questa spinta ad elaborare da sé le insicurezze dovrebbero scaturire presto o tardi nuovi tipi di domande alle istituzioni sociali”.

Se Fromm ci fa intuire perché desideriamo obbedire, Beck ci dà una possibile spiegazione del perché questo desiderio non sia una debolezza personale, ma abbia radici sociali spesso non riconosciute.


Per non essere schiacciati dal peso della libertà, quindi, la soluzione non è rifugiarsi nella protezione della cieca obbedienza, ma spostare il centro della responsabilità dal piano unicamente individuale a quello sociale e condiviso. Questo richiede una disobbedienza funzionale e cosciente, che non è fine a sé stessa e cerca risposte a domande urgenti.

Obbedire, sì, ma alla propria coscienza critica.

 
 
 

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