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Attitudine Glocal: suonare locale, sentire globale.

Immagine del redattore: Dennis Corino
Dennis Corino
10 apr
Tempo di lettura: 3 min

Nell’era dell’algoritmo globale, la vera rivoluzione parla locale. Se un tempo il dialetto era considerato un recinto che limitava l'artista ai confini della propria provincia, oggi è diventato il passaporto per un successo senza frontiere. Da Belfast a Liverpool, passando per la Campania e il deserto del Sahara, la musica sta riscoprendo che l’identità linguistica è un valore aggiunto, non un difetto di comunicazione. Gli ascoltatori non cercano più la perfezione grammaticale, ma la verità di interpretazione. Si arriva al cuore di migliaia di persone non parlando come loro, ma restando ferocemente fedeli a se stessi e alle proprie radici.

 

Esempio lampante di cui sopra sono senz'altro i Kneecap (“Rotula” in italiano) trio di Belfast che canta in Gaelico Irlandese. Questo trio irriverente propone un rap tagliente su basi elettroniche Drum & Bass. La loro musica è sfrontata, parla di alcol, droghe, risse ma anche prese in giro verso il governo inglese e di forte orgoglio per le origini irlandesi. Da sempre i loro live includono una critica pubblica ed esplicita verso Israele in sostegno del popolo Palestinese. Uno dei due rapper della band, Mo Chara, lo scorso anno è stato chiamato a testimoniare alla Westminster Magistrates Court di Londa con l'accusa di aver sventolato una bandiera di Hezbollah durante un concerto, accuse che sono state in seguito ritirate. Ciò ha reso la band un veicolo musicale di ribellione.

La loro crescente fama in Irlanda ha portato ad un recupero della lingua Irlandese dopo decenni di costante declino, riportando nei giovani la necessità di voler conoscere i valori e l'identità di questa lingua. Per saperne di più consiglio vivamente la visione del loro film “Kneecap” del regista Rich Peppiatt uscito lo scorso anno.

 

Altro esempio è il rapper emergente EsDeeKid che canta con lo slang e l'accento di Liverpool.

Il suo stile musicale fonde Trap e UK Drill tra beat metallici, ritmi spezzati, synth cupi ed atmosfere notturne.

La sua storia è affascinante in quanto l'artista di esibisce sempre indossando la balaclava o maschere ad effetto per coprire il proprio viso e per favorire un immagine enigmatica più vicina ad un simbolo che ad un individuo. Questo ha portato ad una curiosa teoria sul web ovvero a sospettare che in realtà dietro al volto coperto si celasse il noto attore Timothée Chalamet, cosa dovuta ad una serie di intrecci: le somiglianze vocali e (secondo molti utenti web) lo stesso taglio degli occhi.

Timothèe in seguito a domanda diretta se si trattasse o meno del misterioso rapper risponde “All will be reveald in due time”. Pochi giorni dopo però il mistero viene svelato: compare sul web un remix di uno dei brani più celebri di EsDeeKid “4 Raws” nel quale i due appaiono insieme rappando fianco a fianco ponendo fine alla teoria secondo cui l'attore utilizzasse un alter ego mascherato, operazione che si è rivelata una brillante trovata di marketing. Non si tratta per'altro della prima volta in cui l'attore mostra abilità nel rap, cercatevi “Timmy Tim” su Youtube, video del 2012 nel quale canta e balla per una competizione di giovani talenti.

 

Dal Regno Unito ci spostiamo ora nel Mali e nel Deserto del Sahara dove nasce la comunità musicale Tinariwen i quali cantano principalmente in Tamasheq, una lingua appartenente al gruppo delle lingue Tuareg parlate in paesi come Mali, Niger, Algeria e Libia. La loro musica è un ipnotica fusione tra la tradizione nomade del Sahara e le sonorità moderne del blues e del rock: genere definito come “Desert Blues”. La base di tutto è l'”Assouf”, termine che descrive la nostalgia, la solitudine e il dolore della separazione. E' un blues che si riflette in un ritmo ipnotico, cadenzato e ciclico. Ho letto da qualche parte che la loro musica sembra “l'andatura costante di un cammello che attraversa il deserto”: descrizione perfetta per evocare la loro musica.

 

Come non citare infine esempi nazionali come La Niña e Liberato (a proposito di cantanti dall'identità ignota) i quali cantano in dialetto Napoletano ma con un sound e una resa live decisamente Internazionale. Entrambi non si limitano ad usare il dialetto ma lo trattano come una lingua nobile, futuristica e cosmopolita prendendo concetti iper-locali trasportandoli in un contenitore estetico glocale (l'elettronica internazionale, l'R&B, la trap).

La Niña in particolare usa il dialetto per recuperare il sacro, il rito e il mito mentre per Liberato il dialetto è l'unica vera “faccia” che mostra, l'assenza di un volto fisico sposta tutta l'attenzione sulla voce e sulla lingua.

 

In definitiva, che si tratti del gaelico graffiante dei Kneecap, del blues ipnotico dei Tinariwen o del napoletano avanguardista di Liberato, il messaggio è chiaro: non è importante se capiamo ogni singola parola, l'originalità interpretativa e l'orgoglio di un accento creano forte empatia nell'ascoltatore.

Questi casi dimostrano come tornare alla tradizione possa essere uno dei modi migliori per distinguersi ed attirare l'attenzione del pubblico.

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