Qualcosa in cui credere.

“Cuffiette? Cosa stai ascoltando?” Con un ghigno sul volto di chi, probabilmente, aveva già capito che quell’ora sarebbe stata più difficile di altre.
Io, in sala d’attesa con l’umore sotto ai piedi, lo guardai, mi tolsi l’auricolare destro e risposi “i Carolina Durante, sono un gruppo indie rock spagnolo, sono in fissa”.
“Prego, accomodati pure, arrivo subito”.
Si aprì così una delle tante sedute con il mio psicologo.
In quel momento non feci più di tanto caso al significato di quella domanda. Sicuramente non era la prima volta che mi presentavo con le cuffiette e la faccia lunga.
Qualche tempo dopo iniziai a pensarci. In effetti, in quel periodo, non proprio facilissimo per me, ho divorato la discografia dei Carolina Durante!
Una mattina, nella chat con Gaccio e Dennis dove ci scambiamo parecchi consigli musicali, Gaccio mandò un album (Find El Dorado di Paul Weller, folk rock) e io risposi così: “Dunque dicevamo, stamattina mi sono svegliato con un po’ di presa male. Il genere era tra le ultime cose che avrei ascoltato oggi, ma mi sono detto “fanculo proviamo”, mi sono tolto il paraorecchie che mi fa chiudere e sentire le stesse cose per tre mesi ininterrottamente. I primi due pezzi ho faticato un po’, ma poi da El dolorado mi ha rilassato, è stata una sensazione molto piacevole e inaspettata.”
In quel momento realizzai che mi stavo aggrappando a qualcosa che mi dava sollievo. D’altronde quanto può essere confortante scoprire che qualcuno, là fuori, sta parlando di una situazione che stai vivendo anche tu?
(Ma quanto è bello anche lasciarsi andare e fare nuove scoperte, come è successo con Find El Dorado, anzi, forse lo è ancora di più ma questo è un discorso a parte, uno step successivo per quanto mi riguarda.)
Collegando i puntini, presi coscienza che mi successe già in precedenza con altri nomi come Marracash, i Baustelle, Kendrick Lamar, per citarne alcuni. È davvero lunga la lista di artisti, che ho ascoltato senza, possiamo dire, un limite. O forse, pensandoci meglio, il limite era proprio il raggiungimento di quella sensazione di sollievo, che andava a placare, almeno in parte, la difficoltà del momento.
È giusto osservare che, così come nei momenti più bui possiamo trovare rifugio nella musica (anche perché, spesso, funziona come una via di fuga), la stessa può essere utilizzata anche nel senso opposto, ovvero andando ad esaltare ulteriormente momenti di piacere o di felicità.
Tuttavia, senza ombre né di dubbio né di spoiler, la musica, da sola, non sostituisce un percorso tortuoso come quello di sedersi davanti ad un professionista e dire ad alta voce le cose che hai dentro.
Ma può essere comunque un sostegno morale importante, una grande alleata.
Tra le tante cose, in terapia, ho imparato una cosa che qualcuno potrebbe dare per scontata: tutti, nel corso della vita, sviluppiamo delle abitudini, che svolgono un ruolo chiave nella regolazione delle nostre emozioni; è bene però distinguere tra abitudini sane e abitudini non sane.
Spaccarsi di musica può rientrare tranquillamente nella prima categoria, senza che vengano arrecati danni a nessuno.
(A meno che non sia proprio musica di merda, ma questo resta comunque opinabile e a tal proposito vi rimando a un articolo che sicuramente prima o poi qualcuno scriverà qui su Speakeasy sul tema “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Chi siamo noi per giudicare?”. O forse no, non verrà mai scritto.
Ok, la smetto di cazzeggiare).
Tornando a noi.
A chi non è capitato di emozionarsi davanti all’arte? Chi non ha avuto i brividi per il testo di una canzone, chi non ha sorriso sentendo partire una melodia, chi non è rimasto a bocca aperta davanti ad un quadro, una scultura, una fotografia, una danza, una coreografia; chi non ha versato lacrime per un film, chi non ha dovuto rileggere la riga di un libro perché era troppo incredibile aver trovato proprio quella cosa lì, che avevi dentro ma non sapevi come farla uscire, scritta da un’altra persona 200 anni prima?
A me è sicuramente successo.
Così voglio celebrare l’arte, nella creatività e nell’esigenza di esprimerla, nella condivisione, nella fruizione e nell’importanza dell’osservazione.
Poi sta a noi filtrare le cose, ce ne sarà qualcuna che ci arriverà più forte e diretta di qualcun’altra e allora, se saremo bravi a farla nostra, andremo ad aggiungerla come un tassello in più alla nostra storia e forse potrebbe aiutarci a capire meglio anche noi stessi.
Samuele Carolei



Commenti