Burri e Montale

Nella mia vita ho provato due volte quello che viene definito Sindrome di Stendhal.
Questa sensazione, descritta da Stendhal nell’opera Roma, Napoli e Firenze, consiste nel provare vertigini, tachicardia e confusione davanti a opere d’arte che racchiudono una bellezza incontenibile.
Il primo episodio è avvenuto a Siviglia, in seguito alla visione della Plaza de España, e il secondo a Roma, davanti a un’opera di Burri.
Considerando che le vertigini provate in Spagna possono essere verosimilmente ricondotte al tasso alcolemico caratteristico delle esperienze in Erasmus, mi concentrerò sul secondo.
L’opera in questione è il Cretto G1 di Alessandro Burri (1915-1995), esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
Nella sua produzione artistica, Burri si è sempre discostato dalla pittura cosiddetta tradizionale, per concentrarsi invece sui materiali - dai sacchi di juta, alla plastica - lavorandoli per produrne arte su tela.
Nella serie dei Cretti utilizza un impasto di polveri minerali e colla che, lasciati essiccare, producono le crettature da cui le opere prendono il nome.
Quando ho visto per la prima volta il Cretto G1, forse per lo stato di confusione di cui sopra o in un raro slancio di patriottismo, ho pensato istintivamente a Montale.
Le crepe del suolo, le schegge di mare, il paesaggio riarso caratteristiche del territorio ligure fanno da sfondo alle poesie dell’autore e al male di vivere che secondo lui accomuna tutti noi.
Ecco, se dovessi rendere materiale “Meriggiare pallido e assorto” il risultato sarebbe il Cretto G1.
E lì, davanti a quest’opera e a quest’associazione, sono rimasta per un tempo indefinito. Sentendomi svenire, sentendomi commossa.
Anche nelle opere dell’artista perugino le crepe non sono “fatte” dall’artista, ma frutto della reazione dei materiali utilizzati che,seccandosi, si spaccano, come terra al sole, formando arte.
Questa interpretazione viene quasi suggellata dal Grande Cretto, un’opera di Land Art costruita sulle macerie della città siciliana di Gibellina, distrutta da un terremoto.
Burri sceglie di rendere permanete quella distruzione con delle gittate di cemento che corrispondono agli edifici, divisi da crepe che quindi corrispondono alle strade della città.
In questo modo le crepe diventano sinonimo di permanenza e staticità, racchiuse in un monumento collettivo.
Quando la terra si è spaccata, Burri ha scelto di affermare il ruolo dell’arte nella nostra vita. L’arte non ripara, rende eterno.
E così le rovine di una città sono diventate il Grande Cretto. E le crepe sono diventate strade che le persone possono percorrere vivendo l’opera d’arte e ricordando ciò che un tempo era vivo, come le formiche rosse nelle crepe del suolo descritte da Montale.



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