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Cammino quindi sono.

Immagine del redattore: redazionespeakeasy
redazionespeakeasy
5 giu
Tempo di lettura: 3 min

Oggi vorrei parlarvi di una pratica antichissima, la fatica che forse più di tutte ha permesso all’umanità la sopravvivenza su questo prezioso pianeta, ovvero il camminare.

Potrà sembrare banale, eppure riflettiamo insieme per un attimo. È tra le prime cose che impariamo da neonati, è quella cosa che ci permette di andare via dai posti che non ci piacciono, il cammino si evolve in corsa se vogliamo scappare da qualcosa che ci fa paura. Al mattino ci svegliamo e mettiamo un piede per terra, giù dal letto, sperando che sia quello giusto, camminiamo verso la macchina, camminiamo per andare al lavoro, in spiaggia, a scuola, al bar. Camminiamo e non facciamo altro che camminare, sappiamo dove stiamo andando? Dobbiamo ad ogni costo arrivare da qualche parte?

 

Faccio un passo indietro, mi spiego. Non ho mai dato così tantaimportanza al camminare, nello specifico al vagare senza meta, fino a che non mi sono trovata a doverne studiare il significato antropologico. Si può senza dubbio affermare che, fin dall’età preistorica, l’essere umano ha avuto bisogno di spostarsi per restare in vita, alla ricerca di un posto più caldo o più fresco, più vicino ad acqua e terreni fertili, lontano da predatori violenti; una volta trovato il luogo più adatto, ha iniziato a costruirsi un rifugio, di paglia e argilla prima e di pietra più avanti, per spostarsi nuovamente non appena la casa edificata fosse divenuta insicura. In effetti, alcuni studiosi hanno valutato l’importanza della camminata, dell’erranza e della carovana rispetto alla costruzione simbolica dello spazio. Lo afferma Francesco Careri, professore presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre, il quale da più di trent’anni usa la camminata come strumento per studiare comprendere e risignificare gli spazi delle città.

 

Careri è stato uno dei membri fondatori nel 1995 di Stalker Laboratorio di Arte Urbana, un gruppo di giovani architetti e studenti interessati alla deambulazione come strumento principale per l’analisi del territorio. Il collettivo si preoccupava in particolare delle rive del fiume della sua città, il Tevere, che al tempo apparivano abbandonate e in stato di degrado. Ne sono esempio alcune prime azioni, Vivilerive. Per una pratica ambientale del rifiuto (Roma, luglio 1993) e Al-Qantara. La città del ponte sul fiume (Roma, luglio 1994), due interventi che, attraverso operazioni di diversa natura, avevano l’obiettivo di portare su quegli stessi luoghi un valore di senso nuovo: sia Al-Qantara che Vivilerive usavano lo strumento della creatività condivisa e lasciata a disposizione della comunità per riscoprire “percorsi e relazioni tra la città e il fiume, tra sé e gli altri”.

 

Lo studio dei luoghi attraverso l’azione del camminare nei meandri sconosciuti della città ha un significato preciso, ovvero coglierla di sorpresa vagando casualmente per entrare in contatto con i fenomeni più profondi del divenire delle città stesse, spostando il punto di vista che quindi diventa instabile e in continuo movimento. L’obiettivo è quello di dare a questi spazi – rive di fiume abbandonate, stazioni ferroviarie dismesse, aree di periferia – il diritto di esistere fornendo loro un’autonomia di sviluppo che li proteggesse dalle banalizzanti regole economiche.

 

A questo punto occorre sottolineare il valore del gioco, filosoficamente inteso, e dell’arte in quanto fatto culturale, due elementi imprescindibili per una tipologia di ricerca urbana tesaall’uso del viaggio e all'ascolto, prassi tipiche delle società nomadie mezzi utili a costruire nuove e diverse relazioni con la natura e tra gli uomini. Per queste prime azioni svoltesi nella città di Roma, Stalker sceglieva la definizione di territorio attualeriferendosi alla descrizione dell’attuale del filosofo francese Michel Foucault: “non è ciò che noi siamo, ma piuttosto ciò che diveniamo, ciò che stiamo diventando, ossia l’Altro, il nostro divenir-altro”.

 

Il “divenir altro” dei territori attraversati da Stalker rendeva complessa, ma non inattuabile, la rappresentazione delle azioni di transurbanza; le camminate senza meta di Stalker ebbero luogo in molteplici città – oltre a Roma, Milano, Parigi, Berlino, Torino – e furono descritte da testi, fotografie, lungometraggi e cartografie. Stalker estendeva gli inviti a chiunque intendesse partecipare ai propri interventi, per permettere di entrare in contatto con i luoghi silenti, ignorati e sconosciuti delle città che pure conservavano in potenza le possibilità di un libero sviluppo urbanistico, senza confini – concettuali o geografici che fossero.

 

Questa è solo un’introduzione a un argomento vastissimo, che ancora oggi smuove il pensiero di antropologi sociologi e filosofi; mi è sembrato atto doveroso scriverne, ché da quando conosco Stalker e Francesco Careri guardo le città diversamente, mi lascio attraversare dalle loro atmosfere, ascolto i racconti dei loro abitanti, vago per i luoghi che credo di conoscere e mi trovo a scoprirne continuamente anime nuove.

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