Dall’impressionismo a Banksy: il bisogno di farsi disturbare.
- redazionespeakeasy

- 26 mag
- Tempo di lettura: 3 min
L’arte è una cosa che da sempre mi affascina. Sapersi perdere dentro i musei, per tuffarsi negli oli su tela impressionisti alla ricerca dell’emotività di cui sono imbevuti i quadri, è un’emozione unica e incomparabile.
È impensabile non citare la dedizione dell’artista che, con le mani tradizionalmente ispirate da Apollo, si dedica per tutta la vita alla ricerca della bellezza. Si pensi a Claude Monet che, progredendo con l’età, perde man mano la vista continuando però a dipingere con macchie colorate sempre meno delineate, ma sempre più disturbate ed espressive.
Proprio questa transizione verso un'arte che supera la realtà visiva per toccare le corde più profonde dell'uomo ci porta a comprendere il valore terapeutico e quasi catartico della pittura. “L'arte scuote dall'anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”: così Pablo Picasso definisce uno dei concetti più longevi della storia. Da sempre pronta a rivoluzionarsi per trasmettere stupore e incutere timore, l’arte rende le persone capaci di viaggiare verso il loro io più interiore.
Il XXI secolo, seguendo l’idea del pittore cubista, sarebbe quindi considerabile l’era della polvere, intrinseca nel lavoro, nell’otium (ahimè, non inteso alla latina) e nei social, che tendono a minimizzare opere monumentali a semplici sfondi per foto di persone, almeno per finta, intente a osservare la tela. Questo Cerbero, che si para davanti alle porte dei musei, non ci concede secondi da spendere davanti a opere che "non valgono" i 3 megabyte di una foto. Inevitabilmente, allora, i corridoi delle gallerie d’arte diventano autostrade di passanti con gli occhi premuti solo sulla cartina che indica la sala del pezzo famoso, tralasciando le pareti di storia che circondano l’individuo.
Per poter ammirare la vera arte bisogna quindi saper andare controcorrente ed essere disposti a essere messi a nudo di fronte a elaborati secolari che scuotono ancora gli animi. Banksy, maggior esponente della graffiti art contemporanea, noto per le sue opere di strada provocatorie diffuse in tutto il mondo, dice: “L'arte dovrebbe confortare i disturbati e disturbare i confortati”, sottolineando che i dipinti servono ad accogliere nel cuore le persone schiacciate o invisibili alla società, dissestando il terreno su cui essa si basa.
Si può quindi affermare con sicurezza che le opere non hanno più il compito di abbracciare lo spettatore per distrarlo dai mali del mondo, alimentando così lo scudo della prettamente umana indifferenza, ma anzi di prendersi la briga di schiaffeggiare la coscienza, riportando l’uomo alla realtà dei fatti e sottolineando la necessità di agire tempestivamente. La tela diventa quindi un mezzo con cui l’artista comunica i propri disagi, paure o successi, proprio come il pittore polacco Beksiński (consiglio di riprenderne i quadri) che, in seguito a un coma dovuto a un grave incidente stradale, dipinge perfettamente la distopia umana, provocando nell’osservatore un disturbo e un disagio unici nel loro genere.
Dedicarsi all'arte, oggi, è diventato un autentico atto di resistenza. Significa spegnere lo schermo, rallentare il passo e accettare la sfida di quel "disturbo" di cui parlava Banksy. Solo così, accettando di farci sconvolgere e persino ferire dalle tele, potremo riscoprire l’umanità intrinseca in noi, ripulendo l'anima da quella polvere quotidiana che rischia, in altro modo, di rintanarci nell'indifferenza. La prossima volta che ci troveremo davanti a un'opera, allora, proveremo a mettere via lo smartphone: non alla ricerca di uno sfondo per mostrare dove siamo, ma di uno specchio per capire chi siamo.
Nicoló Pietronave



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