Capitolo 1 - L’immutabilita’ della bellezza (Davide Scarlasetta)

Agnese guardava il mare. Il sale sulla pelle la costringeva a grattarsi impercettibilmente il braccio sinistro; il vento era gentile, ma si faceva
sentire comunque tra gli anfratti degli scogli sotto i suoi piedi. Conosceva bene quella sensazione di vuoto che si prova mentre lo sguardo si perde nell’orizzonte alla ricerca del nulla. Sentiva di aver trovato il suo posto -
non nel mondo - ma semplicemente un luogo dove stare. Dove Agnese poteva guardare il mare.
Nessuno aveva mai capito che il suo unico sogno era questo: un luogo dove stare. La solitudine che si trasforma in libertà. L'unico motivo che ti porta a cercare gli occhi del mondo per poterlo fissare, sfidare, forse
amare. Tutti gli amanti che aveva avuto negli anni non avevano mai compreso la sua ricerca della semplicità: il solo atto di stare, non di fare.
Era come se cercassero di scuoterla da un sonno pesante; si sentivano i principi delle fiabe pronti a salvarla con un bacio. Ma lei non voleva
essere salvata. Lei era sveglia, piena di vita; voleva solamente qualcuno con cui stare. Qualcuno con cui la sua libertà si fosse moltiplicata e non azzerata. Una persona a cui dare la mano, in piedi sugli scogli, guardando
il mare.
Tutti, invece, volevano stupirla. La portavano in ristoranti di lusso, a concerti rumorosi, facevano sfoggio della propria cultura e intelligenza
parlandole di libri e poesia. Sia chiaro, Agnese leggeva moltissimo; aveva una passione smisurata per tutto ciò che la trasportava in quel mondo universale di cui sentiva di non far parte. Ma non le interessavano le code di pavone: tutti volevano apparire come credevano che lei li volesse.
Qualcuno che l’avrebbe conquistata, rendendola principessa di un fittizio
castello che, probabilmente, era solo un appartamento al quarto piano in una palazzina degli anni Sessanta. Agnese, però, non voleva un castello: voleva solamente uno scoglio e le onde del mare.
Sporadicamente qualche schizzo di schiuma si nascondeva tra i suoi capelli ramati e le sue labbra carnose. Quando accadeva si passava la
lingua per assaggiare il sapore ruvido di quella libertà che le stava donando ancora una volta uno squarcio di vita tra le macerie del mondo.
Forse inconsciamente, l’orizzonte vuoto la tranquillizzava, poteva essere testimone della pace nel suo piccolo paese. Come una vedetta in cima alla torre di una fortezza. Dev’essere per questo che tutti sentivano il bisogno di salvarla. Attendevano che si sciogliesse le lunghe trecce per farli entrare dalla finestra. Qualche tempo prima aveva deciso che era arrivato il momento di cambiare taglio. Di non dare a nessuno l’idea che si potesse aggrappare a lei, entrare e rapirla. Passandosi la mano per mantenere la sua rossa chioma spettinata ricordò suo padre. È qualcosa che cercava di tenere lontano dalla sua stanza nella torre. Si leccònuovamente le labbra, ma il vento si era stancato di alzare le onde.
Guardava ancora l’orizzonte, lo scrutava con gli occhi bagnati. A Vernazza, oltre i turisti, ci sono solo marinai.
Per Agnese l’orizzonte non è la fine, è speranza. La soglia dell’oltretomba.
Il paradiso, dove ha perso suo padre. Ha smesso di guardare il mare, ma rimane lì, su quella pietra, la stessa da quando era bambina. Perché in quel silenzio, non era più lei a osservare l'abisso: era il mare che aveva iniziato a guardare dentro di lei.



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