La fine del viaggio – Immensità di Andrea Laszlo De Simone

Conosco Andrea Laszlo De Simone tra la musica casuale di una giornata qualunque. Mi colpisce immediatamente, come se la sua voce fosse qualcosa che si erge al di sopra di tutto il resto. Untimbro registrato con microfoni del progressive rock anni ‘70, una graffiante dolcezza che si fonde con strumenti che appartengonoall’Ennio Morricone di Sergio Leone. Mi sento nudo davanti a un qualcosa che sembra viaggiare nel tempo, ma che si aggrappa così consistentemente al presente da dissolversi tra l’attimo che precede e quello che avverrà.
Il sogno, la realtà, lo spazio, il tempo è il sottotitolo dell’album Immensità, che non è una semplice raccolta di canzoni, ma un’opera, un unico grande brano concepito come una catena di emozioni in un viaggio interstellare. La copertina dell’album è parte integrante del prodotto artistico, un agglomerato di stelle nell’immensità dell’universo. La composizione di apertura sembra arrivare proprio da lì, quello spazio eterno che richiama, in frammenti di ricordi sparsi, i viaggi di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Ed ecco che trasportati fluttuiamo anche noi,cullati da un momento di effimera leggerezza. Il peso dell’oscurità del mondo lascia la scena all’immensità della musica, mentre sogno e realtà si fondono con lo spazio ed il tempo.
Il primo brano che si distingue, «Immensità», è un prosieguo di questa intro eterea, un pianoforte che accelera tra gli archi e l’universo. Compare la voce di De Simone, si presenta come se avesse sempre fatto parte di questo viaggio, intrapreso nel momento in cui il giradischi ha accolto la puntina sulle alture dei suoi solchi. Il suo timbro, fuso con la musica, fa risuonare la cassa toracica, come se l’anima facesse parte dell’opera, una camera di risonanza che ci lega all’autore stesso.
Tutta la realtà è immensità
Come il sogno poi si dissolverà
Il testo è breve, è uno strumento di questa orchestra che si prende lo spazio per farci sentire la sua voce e ricordarci di come l’immenso sia negli incredibili misteri del cosmo, ma, allo stesso tempo, nel frustrante eterno gioco della vita terrena. La vera protagonista, però, rimane la musica: essa ci ha già parlato dalla prima nota e continuerà a farlo fino all’ultimo respiro di questo viaggio. Le parole conclusive di questo brano sono un monito, il ricordo della ciclicità: da domani inizierà una nuova immensità.
L’orchestra frena, riprende fiato per ricominciare. Un rumore acuto e pungente ci trasporta all’alba dell’universo, un risveglio, un’aurora di nebulose rosse tra l’oscurità del nulla. Anche qua la voce torna, meno graffiata, più dolce, ma non rassicurante: dopo la speranza del futuro ci mette davanti all’inevitabile fine. Noi non siamo immensi: possiamo goderne finitamente. Questo viaggio finirà e ci viene ricordato, forse per farcelo assaporare di più.
Ti rendi conto anche tu
da anni non vivi più
In questo secondo brano, «La nostra fine», la musica accompagna la voce che è più chiara e protagonista di un messaggio semplice, ma netto. De Simone ci ha preso per mano fino a qui per farci ridestare dal sogno e iniziare a vivere la vita davvero, godendo dell’immensità che ci circonda nelle grandi e piccole cose. Nelle gioie, ma soprattutto nel dolore.
Siamo svegli mentre il pianoforte si fa spazio con poche note.Siamo atterrati sulla terra a guardare con i nostri occhi l’autore dietro alla tastiera. Ci ha aspettato per tutto questo tempo, peraccompagnarci in questa seconda parte del viaggio. Ricominciamo ancora, e ci affacciamo al terzo brano: «Mistero». È un pezzo più intimo, lui è più vicino, ci sussurra forte nelle orecchie. Si rivolge al mistero, il mistero dietro l’immensità, come se avessimo superato un’altura e ci trovassimo dal lato buio della montagna.
Mistero, riaccendi la luce
Dopo un viaggio nell’universo illuminato da astri e nebulose, sulla terraferma abbiamo bisogno di luce, luce anche artificiale, che ci ricordi ancora una volta la realtà dell’umana esistenza.
La luce è riaccesa, il sole è sorto sul mondo, ma noi siamo su una spiaggia, con la pioggia e le onde che ci cullano le orecchie. Siamo bagnati fradici guardando il mare sporco e le gocce piano piano smettere di solcare la sabbia. Guardiamo il cielo grigio, ripensando al viaggio nell’universo, ma siamo solo «Conchiglie», titolo del quarto e conclusivo brano dell’opera.
Vedi non serve a niente
Ripararsi dal vento
Siamo solo conchiglie
Sparse sulla sabbia
Niente potrà tornare
A quando il mare era calmo
La musica orchestrale dell’incipit si mischia al rumore del mare e della pioggia. Sogno e realtà si fondono per l’ultima volta, dall’immensità del cielo a quella del mare; le parole non servono più, rimane solo la musica ad accompagnarci alla fine di questo viaggio.
Mentre seduti sulla sabbia bagnata guardiamo il cielo ad occhi chiusi: l’immensità è dentro di noi.



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