Capitolo 2 - L’immutabilita’ della bellezza.
- Davide Scarlasetta

- 17 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Sua nonna Amelia aveva cucito la maggior parte dei suoi vestiti. Lei adorava le gonne larghe, dentro di esse sentiva di respirare meglio, come se il tessuto le regalasse uno spazio privato in cui muoversi. La prima volta che era stata con un ragazzo non aveva neanche dovuto spogliarsi, come se l’indumento fosse il custode del suo corpo. Agnese avrebbe voluto solamente sdraiarsi sulla sabbia e contare le stelle. Si rese conto per la prima volta che l’unica cosa che voleva era qualcuno con cui condividere l’immutabilità della bellezza. Il ragazzo iniziò a baciarla, sperando di ottenere di più di un semplice sguardo, lui la bellezza la voleva toccare, vivere, consumare. Cercò in una spirale di imbarazzo e menzogna di stupirla con tecniche di seduzione che gli erano state riferite da qualcuno di più grande. La sua coda colorata era abbinata al vestito di Agnese. Si concesse a lui, non perché si sentisse in qualche modo obbligata, ma perché credeva in lui. Quante cose ancora non conosceva, quanta consapevolezza doveva travolgerla. Di quella notte ricordò solamente le stelle.
Il ragazzo sparì, come tutti dopo l’estate. Vernazza era solo un porto di scambio, non un approdo in cui restare. Ne soffrì molto, ma almeno per tutto l’inverno poté guardare le stelle in pace.
Negli anni successivi la scena si ripeté molte volte. Cambiavano i volti, ma erano tutti la copia del primo. Ormai non riusciva quasi più a distinguerli: pareva che ognuno di loro avesse frequentato lo stesso corso di seduzione. Non trovò nessuno che volesse semplicemente guardare il cielo; nessuno capace di scaldarla durante gli inverni ventosi. Fu così che, lentamente, in Agnese il sesso si separò dall'amore.
Iniziò a vivere le sue relazioni nascondendo quel lato profondo agli altri, ma soprattutto a sé stessa. Si cullava nell’illusione che suo padre non sapesse nulla, che non si fosse accorto che la sua bambina era ormai diventata una donna. Quando era piccola, lui la portava spesso in barca, al largo del Golfo delle Cinque Terre. Forse era stato proprio in quegli istanti che Agnese aveva imparato ad amare l’immutabilità della bellezza: nel silenzio tra due sguardi, sospesi in mezzo a un mare che rifletteva un sole stanco. Non servivano parole; lei si limitava a guardarlo pescare, passandogli le esche dolcemente.
L’unica nota stonata, per Agnese, era il paragone costante con sua madre. Condividevano la chioma rossa e la pelle chiara, ma Agnese aveva ereditato gli occhi azzurri del papà: come se l'avesse generata direttamente la spuma del mare. Sua madre, invece, era una donna severa, forse stanca di vivere in quel borgo costipato dai turisti. Era nata in provincia, ma l’università a Bologna l’aveva trasformata, offrendole una vita cittadina in cui si era stabilita con orgoglio per lavorare.
Agnese aveva ascoltato la storia del loro incontro infinite volte: l’impiegata di città che si innamora del pescatore. Finché era in vita, era sempre stato suo padre a narrarla, aggiungendo ogni volta dettagli nuovi, finché quel racconto non aveva assunto le forme di una fiaba incantata. Sua madre si limitava a qualche sorriso distratto, intervenendo solo per correggerlo quando la magia travalicava troppo la realtà. Per Agnese, l’amore era diventato quello: una favola sospesa, un meraviglioso libro per adulti e bambini da sfogliare con cura. Ed era proprio per questo, nel suo immaginario, che il sesso non doveva farne parte.
Dopo la morte di suo padre, la madre di Agnese non aveva mai più raccontato la loro storia; era come se anche quel racconto fosse svanito nell’abisso insieme a lui. Soltanto una volta Agnese l'aveva sorpresa a raccontarlo a sua nonna Amelia. L’aveva vista piangere, ma dopo il lutto le lacrime non erano più una novità; prima di allora, mai un solco di dolore aveva osato incrinare la compostezza del suo viso.
Al funerale, invece, avevano pianto tutti. Fu un dolore collettivo, come se il mare fosse straripato fin dentro il cuore dei presenti. Agnese pensò che quel mare fosse lui, papà; che per l’ultima volta stesse attraversando, con la sua barca di legno, il mare impetuoso delle loro anime.



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