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Ode plutonia di Allen Ginsberg: un lungo lamento sconsolato.

  • Immagine del redattore: Davide Scarlasetta
    Davide Scarlasetta
  • 4 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un filo conduttore che unisce gli autori della Beat Generation: Kerouac, Burroughs e Ginsberg compongono la santa trinità delle beatitudini e delle sconfitte di questo movimento. Le loro vite permeano la scrittura come diari di bordo cadenzati da un sottofondo jazz.

Ode plutonia nasce dalle manifestazioni antinucleari del 1978 in Colorado, di cui Ginsberg fu reale protagonista. Il poema che dà il titolo alla raccolta ne è il perno centrale, il baricentro che sostiene l’intera architettura poetica composta tra il 1977 e il 1980. Il ritmo è serrato; l’intensità e la velocità cambiano per lasciarci respirare, ridere, inorridire o sprofondare in quell'angoscia da "fine del mondo" così centrale durante la Guerra Fredda, ma che anche noi, oggi, abbiamo imparato a conoscere bene.

Si passa dai componimenti che criticano aspramente il nucleare e i «deliri di metallici imperi» — senza alcun timore di nominarne i colpevoli — a quelli sull’amore. Ma l’amore, per Ginsberg, è una lama arrugginita che preme dolcemente sul petto. Non nasconde la sua omosessualità, ce la sbatte in faccia senza filtri, ospitandoci in un’intimità dove l’erotico è diretto, volgare e mai edulcorato. È da questa crudezza che emerge la sua umanità più vera: la paura della solitudine, l’ansia di essere troppo vecchio per soddisfare i propri desideri, il senso di inferiorità rispetto ai ragazzi che riesce ancora a conquistare grazie alla sua aura intellettuale.

L’intera raccolta è impregnata di un’angoscia per la fine imminente; un grido rauco che, più che una protesta, somiglia a un lungo lamento sconsolato. Numerose sono le citazioni ai genitori. Dalla madre Naomi, ebrea bielorussa emigrata negli Stati Uniti, Allen eredita il cuore rivoluzionario e l’attivismo comunista, ma subisce anche il trauma della sua schizofrenia. La follia della donna, ossessionata dall’idea che Hitler e Mussolini le dessero la caccia, rivive nei versi di Birdbrain dove i nomi dei dittatori tornano in modo confuso e ossessivo. Del padre Louis, invece, ci parla nella poesia Don’t Grow Old. Il racconto parte dalla confessione della propria omosessualità avvenuta ventotto anni prima: «Vuoi dire che ti piace prendere peni di uomini in bocca?»,fino a dipingerne la debolezza e la stanchezza attuali, sigillate dalla frase lapidaria: «Non diventare mai vecchio».

Tutto è un’Ode al fallimento, un vortice che trascina verso l’inevitabile fine. Leggendo questo libro quasi cinquant’anni dopo, emergono due sentimenti contrastanti. Il primo è di speranza, poiché questa "fine" sembra non arrivare mai, galleggiando nella storia senza affondare. Il secondo è di costrizione: la consapevolezza asfissiante della ciclicità del male.

 

«Non mi vanno i Sionisti nel ruolo di nazi Sturmtruppen / Liberazione Palestinese che Israel cucina in islamiche zuppe»

«No non mi va il governo con cui vivo / Nemmeno la dittatura dei Ricchi»

 

Cosa ci lascia, dunque, la storia di Ginsberg? Guardando attraverso i suoi occhi, scorgiamo l’eterna sconfitta dell’uomo, l’abbandono delle ideologie e la perdita di speranza. Capitalismo e comunismo appaiono come sistemi speculari dediti all'inganno, mentre la spiritualità orientale — che nel 1963, durante il suo soggiorno indiano, appariva incrollabile — qui vacilla sotto il peso del dubbio. Tutto cade, come una pioggia dura e inevitabile.

Mentre leggevo Ode plutonia, nella mia testa risuonava il capolavoro del suo guru, Bob Dylan: A Hard Rain’s A-Gonna Fall. Vado a riascoltarla, come se fosse l’ultimo componimento dell’opera.

 

«Then I'll stand on the ocean until I start sinkin'

But I'll know my song well before I start singin'

And it's a hard, it's a hard, it's a hard, it's a hard

It's a hard rain's a-gonna fall»

 

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