Capitolo 3 – L’immutabilita’ della bellezza.

Lorenzo guardava il bancone. Era bagnato di alcol e lacrime. Il suo bicchiere era vuoto; riempirlo era l’unica cosa di cui sentiva il bisogno. Non amava i baristi, soprattutto quelli giovani appena usciti dalle accademie che pensavano di sapere tutto, ancor meno se francesi. Si fece dare un altro whisky parlando una lingua mista tra vari idiomi europei. Ripeteva “on the rocks” come se fosse l’unica formula sensata capace di uscirgli di bocca. Roteava il ghiaccio all’interno del bicchiere, scrutando le ombre nella sala scura.
Finalmente era circondato da persone che non conosceva, che non parlavano la sua lingua. Non aveva dubbi che tutti lo stessero giudicando perché era da solo al bancone al quinto drink. Ma i loro occhi erano una mannaia smussata: colpivano, sì, ma non tagliavano. Era stanco, Lorenzo. Esausto del mondo. Guardare quel bicchiere era sempre stato catartico: si sentiva rinchiuso anche lui in quella gabbia di vetro. Svuotarlo era l’unico modo per non affogare.
Suo padre lo portava al bar da quando ne aveva memoria. Nulla avrebbe fermato la sua dose giornaliera di due bottiglie. Niente. Neanche un figlio. Sua madre era scappata a Ibiza quando lui aveva solo cinque anni. Cercava in tutti i modi di ricordare il suo viso, di rintracciare un sorriso, di appigliarsi all’idea che non se ne fosse andata per colpa sua. Ma la realtà era che una cubista e un alcolizzato sono una coppia fenomenale, finché non nasce un figlio. Lorenzo la ricordava solamente quando beveva.
Suo padre, perlomeno, non lo aveva abbandonato. Era rimasto e aveva fatto quello che un trentenne alcolizzato e a sua volta abbandonato può fare. Lorenzo sapeva che si era sempre impegnato, che aveva cercato di contenere e di nascondergli l’ebbrezza. Non era mai stato violento, neanche una volta; era un tratto che non gli apparteneva. Forse Lorenzo cercava la stessa cosa dentro quel bicchiere: una donna e un motivo per andare avanti. Voleva bene a suo padre. Era diventato un amico, ma di quelli che ti portano sulla cattiva strada.
Faceva fatica a rimanere lì dentro, in quel bar che non smetteva un momento di passare musica jazz. Per lui era un lamento, l’urlo straziante di un gatto mezzo morto in strada. In casa sua il giradischi passava sempre lo stesso album di Duke Ellington. Saltava e si ripeteva ogni volta nello stesso punto, ma suo padre non cercava mai di cambiare traccia. Probabilmente lo ascoltava proprio per questo: perché anche le cose sbagliate possono essere apprezzate.
Erano una famiglia sbagliata. Padre e figlio, senza madre. Rimasti ai margini di una società che non perdona. Una notte suo padre tornò a casa con la faccia spaccata, l’occhio pesto e un ematoma sulla mascella. Lorenzo si svegliò sentendolo entrare, rantolando dal dolore. Nessun giudizio uscì dalla sua bocca; lo aiutò semplicemente a sedersi, lo medicò con amore e gli si sedette accanto, abbracciandolo. Il padre pianse per molto tempo e, senza che venisse pronunciata una sola parola, Lorenzo rimase lì con lui, immobile nella stessa posizione. In quel momento si rese conto del perché suo padre ascoltava un disco jazz rotto. Capì perché avesse voluto tenere con sé un figlio nato da una folle cubista. Perché in quell’istante, dove tutto era sbagliato e in frantumi, non gli aveva mai voluto così bene.
Il bar stava chiudendo. Buttò giù il whisky d’un fiato e, dopo aver pagato, uscì. L’alcol non aveva cancellato i pensieri, ma aveva sicuramente intorpidito i movimenti. La strada ghiacciata di quel paesino di montagna si muoveva come un serpente e, a ogni passo, sembrava gli spezzasse una vertebra. Tutto era un inganno; non poteva fidarsi dei suoi occhi. L’oscurità lo avvolse come il fumo che usciva dalla sua bocca a ogni respiro. Senza accorgersene cadde in avanti, con la faccia sulla neve sporca ai bordi della strada.
Si sentì un po’ come Baudelaire, come se avesse perso l’aureola nel fango. Prese un taccuino e scrisse: “Dannato, affogato in un abisso di ghiaccio, resisto”. La sua calligrafia era quasi indecifrabile, le parole banali. Si rese conto che non aveva mai avuto nessuna aureola da scrittore. Che non sapeva neanche bere. Vomitò tutto quello che aveva in corpo, in una pozza di bile e disperazione.
Si alzò e tornò verso la casa che avevano comprato i suoi nonni a Megève, vicino al Monte Bianco. Suo padre era un alcolizzato, sua madre una folle cubista. Lui che cosa era? Un poeta maledetto? No, neanche quello. Ed il problema era proprio qui: non era niente. Gli sarebbe andato bene anche essere un fallito, se almeno qualcuno lo avesse deriso per quello. Ma la realtà era che nessuno lo guardava. Cercava di attirare gli occhi addosso bevendo, facendo finta di scrivere, cercando ogni modo per farsi notare da un mondo che non lo aveva mai toccato. Ma Lorenzo era solamente questo: invisibile.



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