Uno scrittore al Salone del Libro di Torino.

La mattina è frizzante, con gli occhi ancora chiusi dalla sveglia all’alba, ma il cuore aperto alle speranze di un mondo più vasto. È già da qualche giorno che spulcio tra gli innumerevoli stand di case editrici, quelli più affini a me, quelli a cui potrei proporre il mio prezioso romanzo. Non è un gioco, è una giornata di lavoro, un momento che può essere l’occasione di una vita. È con questo spirito che intraprendo il viaggio in macchina con i miei colleghi della redazione, mentre ridono emozionati per il grande evento. Ci sono tantissime cose da fare, persone da contattare, ma io confido in loro; oggi per me è una missione solitaria, oggi è il grande giorno.
Il parcheggio ci crea qualche problema, ma senza troppa fatica riusciamo a trovare un posto non molto distante accanto a dei vecchi camper, probabilmente lì da tempo immemore. Ci dirigiamo verso l’ingresso dove il primo impatto è dato dall’immensità del luogo che ospita il Salone Internazionale del Libro di Torino. Almeno cinque padiglioni si susseguono in uno spazio che sembra più una città che una fiera. All’entrata ci diamo le ultime informazioni e ci dividiamo, come se stessimo cercando il Santo Graal e ci fossero numerose piste da seguire.
Probabilmente sono l’unico a provare questa sensazione. È una situazione che mi capita spesso, cercare di sentirmi meno solo nella mia ansia da aspettativa. Metto a posto sulle spalle il mio zainetto, carico dei miei vecchi libri già pubblicati, perché non si sa mai che io possa darli a qualche editore e, quasi fossi l’hobbit Bilbo Baggins, parto per l’avventura.
Già si insinuano i primi dubbi, le prime incertezze mentre cammino tra gli stand colorati straripanti di volumi. Sembrano non finire mai, leggo velocemente i nomi degli autori, ma non mi rimangono in testa, come fossero dei fantasmi. Come si può risaltare in un oceano di carta e copertine? Scuoto le tempie e cerco di scacciare questo pensiero, segnandomi su un foglietto le case editrici più interessanti a cui mandare il mio nuovo manoscritto.
La speranza rimane appesa ad un filo, mentre smetto di leggere anche i nomi, ma guardo solamente i colori. Cerco di distrarmi, per non cadere nello sconforto dell’impotenza, e osservo un po’ di libri di realtà editoriali che mi piacciono (ovviamente tutte quelle che non accettano più manoscritti perché troppo piene) e mi lascio trasportare dalla gioia delle parole e delle storie. Il mondo attorno a me riprende vita. Faccio i primi acquisti, riesco anche a farmi firmare qualcosa dagli autori. Tutto è incredibilmente bello.
Finalmente per la prima volta me ne accorgo, nonostante la mia vocina della testa mi continui a ripetere: “Perché sei venuto fin qua se non per cercare l’occasione della vita?”. Riesco a zittirla per un po', ma mi urla nell’orecchio quando entro nella zona del self publishing. Ritorna il buio. Il pensiero di una pubblicazione immediata è rincuorante non perché non pensi di farcela, ma perché essendoci già passato conosco l’ansia dell’attesa delle risposte degli editori. Vorrei solo fuggire, come ogni volta che le difficoltà si fanno più pressanti. Mi dico che tanto con una casa editrice il libro avrebbe la stessa risonanza e lo stesso spazio, ma potrei curare io direttamente il marketing; perciò, forse sarebbe ancora meglio.
In questo turbine di pensieri vagabondo come uno zombie per il resto dei padiglioni. La giornata continua tra le risate brevi degli incontri casuali con i miei colleghi entusiasti. Hanno lavorato bene, creato rete per Speakeasy, sono molto fiero di loro. Ma io cosa ho combinato fino ad adesso? Nulla. Assolutamente nulla. Ed è questa la sensazione che mi accompagna per il resto del tempo. Abbandono ogni tipo di impegno e speranza e mi fermo ad ascoltare un cantautore in un angolo dell’enorme padiglione Oval. La sua musica mi culla, il cuore si alleggerisce un po’. Sto nuovamente fuggendo, chiudendo ogni possibilità di ulteriore delusione, ma soprattutto, di una nuova occasione.
Per tutto il pomeriggio avevo sentito che Irvine Welsh, il famosissimo autore di Trainspotting, avrebbe parlato del suo nuovo libro Men in love, prosieguo del suo capolavoro. Mi trovo per caso lì vicino e decido di mettermi ad ascoltare le sue parole, in mezzo ad una folla emozionata, già lì da parecchi incontri prima solo per ottenere un posto a sedere per vedere lo scozzese.
Ed è qui che avviene la magia dell’arte, dell’incontro e della passione. La stessa cosa per cui ho fondato Speakeasy, quella che mi ero dimenticato. Non ricordo a quale domanda stesse rispondendo, rammento solo la voce femminile della sua traduttrice perché il suo accento non permetteva di capire una parola: “L’arte e l’amore sono le due cose per cui vivere”.
Il sipario nella mia testa si chiude. Ritorno sulle mie gambe, tastando il terreno per la prima volta in quella giornata di sole. Sorrido guardando gli occhi scavati di Irvine, mentre mi immagino quelli di Mark Renton che mi urla di rigare dritto e scegliere la vita. La giornata è finita senza alcun risultato, ma il nulla si è trasformato, per l’ennesima volta, in amore.
Davide Scarlasetta



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