Di morte e di vita.
- Lorenzo Cappitti

- 30 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Succede a tutti, prima o poi, proprio perché la capacità di spostarsi con il pensiero è prettamente umana, di riflettere sulla morte, che la si osservi da un punto di vista sociale, culturale, religioso, artistico, biologico, medico o psicologico è facile dedurre che la storia dell’uomo coincida con la storia della sua vita e, quindi, della sua morte.
Dal globale al personale la riflessione diventa intima, i pensieri si affollano e ricordo, con piacere, il mio incontro letterario con la morte, leggere Leopardi, il ‘diario di un dolore’ dove cercare risposte, Ettore cadere guerriero, principe e padre di fronte alle mura di Troia, le morti” narcisistiche” di Cyrano e Bartleby, colpevoli di preferirsi piuttosto che amarsi, Acab e la sua balena, ossessione di una vita, le riflessioni di Camus e altri mille esempi, o, con dolore, i miei lutti e le mie perdite, storie comuni, non perché banali ma perché esperienza umana condivisa.
Non è però possibile, oltre che opera masochistica, elencare tutti i riferimenti e nella sfera delle possibilità la scelta ricade inevitabile sul racconto di una morte così diversa dalle altre da essere capace di ribaltare ogni punto di vista.
Leggere ‘le intermittenze della morte’ di Saramago significa scoprire, se non addirittura
conoscere, da tanto ci sembra intimo il romanzo, una morte nuova, minuscola come la m del suo
nome e umana, forte della sua umanità e appartenente solo agli uomini. Il pretesto è semplice e assurdo, kafkiano, ma non per questo meno banale : cosa succede se la morte smette improvvisamente di fare il suo mestiere? E, ancora, cosa succede se nel tentativo di ricominciare a farlo si presenta una difficoltà tanto insormontabile quanto inaccettabile?
La risposta alla prima domanda si trova nell’incipit del racconto ‘ il giorno seguente non mori nessuno’ e ha fantasiosi, nonostante ci appaiano così realistici, risvolti.
Rispondere alla seconda domanda sembra più complesso e porta Saramago a farci incontrare la morte, avvolta in un sudario, in compagnia di una falce come nelle più classiche rappresentazioni, in una stanza bianca e fredda ricolma di schedari ma, per la prima volta, piena di dubbi e curiosità, impossibilitata prima e incapace poi di compiere il suo mestiere e uccidere un ignaro violoncellista.
È proprio questa sua curiosità che la porterà a fare le più umane scoperte su se stessa, che le
permetterà di mettersi in discussione come entità eterna e infallibile, che le farà scoprire il calore che solo tenere in grembo un cane può dare e che la renderà capace di una straordinaria
metamorfosi.
Per la prima volta, in questa trasformazione che la renderà donna, incontriamo una morte che
piange, che scopre il sorriso e la linguaccia e che, soprattutto, guarda e osserva e ci permette la più tenera delle emozioni, l’empatia, perché ci mette di fronte alla consapevolezza che è la stessa morte che non ha vissuto e che ogni suo tentativo, qualsiasi cosa faccia, non potrà vivere mai.
È con lo sguardo che la nostra piccola morte, con la dolce ostinazione dei bambini, si innamora, di un semplice violoncellista, perché è proprio l’atto di guardare e di essere visti che conferma la nostra presenza al mondo e che, in qualche modo, ci rende vivi.
In un finale degno delle notti bianche la morte compie l’ennesimo atto umano: si addormenta, lei che non aveva sonno mai, dolcemente e profondamente e ci ricorda, dolorosamente e
bruscamente, che vivere nell’immaginazione è bello e inconfutabile, non esiste prova reale che
possa scalfire il sogno, ma che non si può rendere sempre fiabesca una fine inevitabile e nel capriccio empatico di questo incontro con la morte ci sentiamo ,alla fine tristemente umani.
Leggere le intermittenze della morte ci sembra, allora, doloroso e necessario per recuperare la
nostra umanità quando la sentiamo persa, perché, se possiamo affermare con certezza che ogni storia di vita è una storia di morte, allora, con altrettanto coraggio e determinazione, dobbiamo poter dire anche il contrario, ossia che ogni storia di morte è storia di vita.



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