Il sottosuolo di Dostoevskij
- Davide Scarlasetta

- 16 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 16 mar
«Io sono un uomo malato…»
È l’esordio brutale dell’uomo del sottosuolo. Prima della confessione,
prima dell’atto odioso e meschino di svelare il motivo per cui da vent’anni
vegeta nel suo angolo sordido. Egli si giustifica, come se l’intera
architettura del racconto, la discesa stessa nell'abisso, poggiasse su questo
pretesto. Senza questa scusa, il romanzo crollerebbe sotto il peso
dell'orgoglio, della vergogna e di un senso di colpa insostenibile.
L'uomo del sottosuolo è l’inetto per eccellenza, un essere incapace di
aderire alla società, schiacciato da un pensiero che si fa eterna
contraddizione. In una realtà di cui solo lui sembra far parte, il sottosuolo
diventa il suo mondo parallelo. Ma quanto dista, davvero, questa sua
dimensione da noi, le "persone normali" e d'azione, come ci definisce con
sprezzante invidia?
Noi siamo la disgregazione materica e psicotica della sua stessa figura: è di
questo che ci accusa. Lo fa nel momento di massima abiezione, quando
mette in mano cinque rubli all’unica persona che ha cercato di amarlo sul
serio. È un grido lanciato dopo averci mostrato il male che cova nella sua
testa di borghese russo decaduto. «Io sono un uomo malato…»: la sua
giustificazione rimbomba per tutto il viaggio, al termine del quale si vede
costretto ad auto-rinchiudersi nella sua prigione sotterranea.
Noi lo leggiamo e lo compatiamo proprio perché si è dichiarato malato; lo
sappiamo fin dal principio, ce lo ha concesso lui. Tuttavia, dopo esserci
fatti beffa del suo parossistico sadomasochismo, dopo aver cercato di
distanziarci dalle sue nevrosi, ecco che l'uomo del sottosuolo ci afferra e ci
trascina nel baratro con sé. È come se volesse cancellare ogni testimone
della propria miseria, terrorizzato dall’idea che anche noi possiamo fargli
visita per pietà. Proprio come Lisa, il cui unico errore è stato quello di
presentarsi in casa di un uomo che trova la voluttà più soddisfacente solo
nell’oscurità e nel dolore.
«[…] io invero non ho fatto altro, nella mia vita, che spingere agli estremi
ciò che voi non osavate fare neanche a metà, stimando per giunta
ragionevolezza la vostra vigliaccheria, e con questo inganno consolandovi.
Sicché io ne risulto magari più vivo di voi.»
Quest'uomo vive in noi. Di tutti i personaggi letterari, è quello che più ci
somiglia. Lo stesso uomo che necessita di un alibi per la propria malvagità,che sceglie di non curarsi perché l'essere odiosi è la giusta punizione per
gli uomini comuni. Colui che innalzandosi sopra gli altri, si sente solo.
«Io sono solo, mentre loro son tutti.»
Prova, come L'albatros di Baudelaire, a mischiarsi tra i comuni mortali,
finendo per la troppa goffaggine in una spirale di follia sociale, da cui si
scaverà una fossa per nascondersi. Da uccello maestoso, a scarafaggio,
anticipando di decenni La metamorfosi di Kafka. Tutto, infine, riconduce a
lui. Come se il sottosuolo fosse una morte apparente che almeno una volta
nella vita ci richiama. Il rifugio ultimo alla menzogna che riveste le società
umane da prima di Dostoevskij, fino ai giorni nostri.
«Infatti, un momento ancora e mi rendevo conto con dispetto che tutto era
menzogna, un'abbietta menzogna, una smancerosa vergogna, dico tutti
quei pentimenti, quelle commozioni, quei voti d'esistenza rinnovata».



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