l'ultimo passo

A un certo punto de “La Leggenda del Pianista sull’Oceano” 900 fa le valigie e saluta tutti i compagni di una vita, coloro che l’hanno accompagnato nella sua permanenza trentennale sulla nave Virginian, casa sua. È finalmente pronto a scendere, a darsi la possibilità di costruire una vita terrena, forse di trovare l’amore.
Nel riflesso immaginario di questa storia vediamo Eveline (Dubliners, J.Joyce). Le valigie sono pronte e le lettere di addio per il padre e il fratello sono sulla scrivania. Sta per affrontare un viaggio dall’Irlanda all’Argentina.
Eveline vuole fuggire per non fare la stessa fine della madre: “una vita di sacrifici banali conclusasi nella pazzia”. Frank le ha dato la forza per fare questo passo, per darsi la possibilità di immaginare una vita migliore e rischiare per ottenerla. È con lui che deve partire e, con le valigie in mano, lo raggiunge al porto.
Qui le sfere di vita di Eveline e 900 in un universo narrativo parallelo si sovrappongono: sono uno davanti all’altra, lui guarda la terra e lei guarda il mare, entrambi vedono l’ignoto.
Ed entrambi ne vengono inghiottiti.
Eveline lascia la mano di Frank quando “tutti i mari del mondo le si rovesciano intorno al cuore” e si aggrappa alla ringhiera del molo. 900 si blocca a metà delle scale di sbarco, si gira e, senza dire una parola, torna indietro.
Così, prima dell’ultimo passo verso un mondo nuovo, rischioso, certo, ma con infinite possibilità, i due protagonisti - seppur con motivazioni ben diverse - lasciano la presa e vengono inghiottiti dal loro eterno presente.
Eveline e 900, infatti, non hanno storie simili, ma messi davanti a un paesaggio inedito non riescono a compiere il passo decisivo - il conosciuto, per quando infelice o stretto, viene preferito rispetto al rischio dell’infinito orizzonte dei possibili (per comprendere questa dinamica quotidiana e paradossale Sylvia Plath ci viene in aiuto con la metafora dell’albero di fichi, davanti a cui Esther moriva di fame perché sceglierne uno avrebbe significato rinunciare agli altri).
Le possibilità illimitate possono immobilizzare, una strada sconfinata può essere percepita come un vicolo cieco, il peso della scelta può atrofizzare il movimento: “Non è quello che vidi che mi fermò, ma quello che non vidi; non vidi la fine”.
Sappiamo che il cerchio di 900 si conclude sul Virginian. Non sappiamo invece come va a finire la storia di Eveline, schiacciata dalle responsabilità domestiche e dal peso di una promessa.
Mi piace pensare però che un giorno lei sia riuscita a partire, non per Frank, ma per se stessa, e che magari si sia ritrovata sul Virginian ad ascoltare la musica leggendaria del pianista sull’oceano, che i loro sguardi si siano incrociati e lui abbia capito che Eveline sarebbe stata la prima a gridare: “America”.

Commenti