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Menzione speciale - La sala d’attesa (Letizia Foschi)

Immagine del redattore: redazionespeakeasy
redazionespeakeasy
6 giorni fa
Tempo di lettura: 2 min

Si era messo in auto presto, quella mattina, e aveva guidato per quasi due ore.

Andava a prendere i ragazzi, di ritorno da un viaggio, a sorpresa. Alla partenza,

due settimane prima, avevano detto ai genitori che si sarebbero arrangiati con il

treno, di non preoccuparsi, ma Gino era impaziente di rivederli. D’altro canto, era

la prima volta che stavano via di casa così a lungo.

Era arrivato con largo anticipo, ma poco importava, perché ora, immobile in un

tripudio variopinto di valigie e viaggiatori, guardava con un sorriso sbilenco la

scritta RITARDO che lampeggiava severa sul tabellone degli arrivi.

Adocchiò dall’altra parte dell’atrio il banco informazioni dell’agenzia di viaggi

con cui erano partiti e lo raggiunse sgomitando.

Il ragazzo dietro al vetro non sorrideva. Gli chiese chi fosse venuto a prendere e

Gino lo guardò prima scorrere un lungo elenco, e poi trascrivere i nomi dei suoi

figli su un bloc notes. Gli chiese da dove partivano, a che ora, quanto erano stati

via.

“È sicuro che siano partiti?”

Gino riferì della festa a sorpresa organizzata per i cinquant’anni della moglie il

giorno dopo, dei biglietti di ritorno comprati insieme a quelli della partenza con

mesi di anticipo per essere certi di arrivare in tempo a casa. Il suo entusiasmo per il

domani si scontrava inevitabilmente con l’umore tormentato del ragazzo, il quale,

senza attendere la fine del discorso, lo raggiunse da dietro il banco e, posandogli

una mano sulla spalla, prese a camminare verso una porta nascosta in un angolo

dell’atrio. Durante la breve passeggiata il giovanotto attaccò con un intricato,

sconclusionato monologo sui casi della vita, le cose che succedono, il maltempo;

infine, prima che Gino potesse fare qualsiasi domanda, il giovanotto aprì la porta e

lo spinse avanti con dolcezza.

“Ecco, può attendere qui. Avrete notizie più tardi. Mi dispiace.”

La porta scattò alle sue spalle e il festoso vociare dei viaggiatori in partenza

rimase fuori per lasciare spazio a una litania scomposta di pianti e urla. Ancora

stordito dal discorso confuso del ragazzo, Gino si fece strada verso una sedia vuota

in un angolo della sala d’attesa e vi si accasciò, i gomiti puntati sulle ginocchia e le

mani a nascondere il viso. Intorno a lui, la disperazione in tutte le sue possibili

declinazioni. Tutti piangevano, chi in silenzio, chi pregando, chi urlando dal dolore.

Qualcuno parlava con foga al telefono di un impegno per domani, un matrimonio,

forse.

Anche i ragazzi hanno da fare domani, pensò Gino, è il compleanno della mamma.

Tutti, in un modo o nell’altro, avevano qualcosa da fare il giorno dopo. Nessuno

pensa mai di non tornare a casa.

Lanciò un’occhiata al piccolo tabellone degli arrivi appeso in un angolo della

stanza. La scritta RITARDO lampeggiava ancora, spietata.

“Magari non sono saliti” disse una voce sommessa alla sua sinistra.

“Già, magari l’hanno perso” rispose qualcuno.In quella stanza colma delle più strazianti emozioni umane Gino pensò che avrebbe

potuto concedersi anche lui di sperare, per un secondo, che l’avessero perso.

Dopodiché, il volo sparì dai tabelloni.

 
 
 

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