Menzione speciale - La sala d’attesa (Letizia Foschi)

Si era messo in auto presto, quella mattina, e aveva guidato per quasi due ore.
Andava a prendere i ragazzi, di ritorno da un viaggio, a sorpresa. Alla partenza,
due settimane prima, avevano detto ai genitori che si sarebbero arrangiati con il
treno, di non preoccuparsi, ma Gino era impaziente di rivederli. D’altro canto, era
la prima volta che stavano via di casa così a lungo.
Era arrivato con largo anticipo, ma poco importava, perché ora, immobile in un
tripudio variopinto di valigie e viaggiatori, guardava con un sorriso sbilenco la
scritta RITARDO che lampeggiava severa sul tabellone degli arrivi.
Adocchiò dall’altra parte dell’atrio il banco informazioni dell’agenzia di viaggi
con cui erano partiti e lo raggiunse sgomitando.
Il ragazzo dietro al vetro non sorrideva. Gli chiese chi fosse venuto a prendere e
Gino lo guardò prima scorrere un lungo elenco, e poi trascrivere i nomi dei suoi
figli su un bloc notes. Gli chiese da dove partivano, a che ora, quanto erano stati
via.
“È sicuro che siano partiti?”
Gino riferì della festa a sorpresa organizzata per i cinquant’anni della moglie il
giorno dopo, dei biglietti di ritorno comprati insieme a quelli della partenza con
mesi di anticipo per essere certi di arrivare in tempo a casa. Il suo entusiasmo per il
domani si scontrava inevitabilmente con l’umore tormentato del ragazzo, il quale,
senza attendere la fine del discorso, lo raggiunse da dietro il banco e, posandogli
una mano sulla spalla, prese a camminare verso una porta nascosta in un angolo
dell’atrio. Durante la breve passeggiata il giovanotto attaccò con un intricato,
sconclusionato monologo sui casi della vita, le cose che succedono, il maltempo;
infine, prima che Gino potesse fare qualsiasi domanda, il giovanotto aprì la porta e
lo spinse avanti con dolcezza.
“Ecco, può attendere qui. Avrete notizie più tardi. Mi dispiace.”
La porta scattò alle sue spalle e il festoso vociare dei viaggiatori in partenza
rimase fuori per lasciare spazio a una litania scomposta di pianti e urla. Ancora
stordito dal discorso confuso del ragazzo, Gino si fece strada verso una sedia vuota
in un angolo della sala d’attesa e vi si accasciò, i gomiti puntati sulle ginocchia e le
mani a nascondere il viso. Intorno a lui, la disperazione in tutte le sue possibili
declinazioni. Tutti piangevano, chi in silenzio, chi pregando, chi urlando dal dolore.
Qualcuno parlava con foga al telefono di un impegno per domani, un matrimonio,
forse.
Anche i ragazzi hanno da fare domani, pensò Gino, è il compleanno della mamma.
Tutti, in un modo o nell’altro, avevano qualcosa da fare il giorno dopo. Nessuno
pensa mai di non tornare a casa.
Lanciò un’occhiata al piccolo tabellone degli arrivi appeso in un angolo della
stanza. La scritta RITARDO lampeggiava ancora, spietata.
“Magari non sono saliti” disse una voce sommessa alla sua sinistra.
“Già, magari l’hanno perso” rispose qualcuno.In quella stanza colma delle più strazianti emozioni umane Gino pensò che avrebbe
potuto concedersi anche lui di sperare, per un secondo, che l’avessero perso.
Dopodiché, il volo sparì dai tabelloni.


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