San Damiano
- Sara Osimani

- 23 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 26 mar
Vivo a Roma da tre anni ormai, e uno dei luoghi che ho frequentato di più è Roma Termini.
Termini è un grande «nonluogo», ciò che per gli antropologi si definisce come uno spazio pubblico che scoraggia l’insediamento, ma che accetta l’inevitabile frequentazione di viaggiatori, passanti, pendolari, persone in transito che sono presenti soltanto fisicamente e temporaneamente.
Roma Termini è un grande crocevia, nessuno si ferma, nessuno lo abita. O forse no?
Nell’ottobre 2024 esce al cinema un documentario che segue le vicissitudini di San Damiano, un membro istrionico della comunità dei senzatetto di Roma Termini.
I due registi del documentario si trovavano lì per iniziare le riprese di un film d’invenzione, mai realizzato, interrotto dall’incontro con questo ragazzo polacco dalla presenza dirompente e arrivato a Roma con 50 euro in tasca e il sogno di fare il rapper.
Questo documentario ci rende testimoni delle storie di Damiano e di tutte le altre vite che si intrecciano con la sua.
Storie invisibili, storie che la “gente comune” sorpassa, scavalca, guarda con paura, o al massimo con pena.
Storie ai margini della strada, nel cuore pulsante della città più grande d’Italia.
Ciò che rende questo documentario così impattante è il ribaltamento della prospettiva, che rende protagonisti assoluti coloro che solitamente stanno sullo sfondo.
E, così, ci si rende conto che al centro di tutto ritroviamo ciò che muove le vite di ognuno di noi, l’amore, la solitudine, il sogno di una vita migliore.
C’è la storia d’amore tra Damiano e Sofia, fatta di sì di baci e gelosie, ma anche di violenza estrema, sintomo di un’umanità che spinge, ma che viene schiacciata dall’abbandono delle istituzioni e dall’assenza di supporto.
C’è la ricerca di contatti umani e di una famiglia. E da alcune scene di quotidianità sembra quasi che una famiglia, di elezione, si possa creare anche in un contesto di strada. Ma questa (mia) illusione viene spezzata in modo lapidario da Alessio, uno dei protagonisti del documentario: “Ciò che ti costruisci lì non è una famiglia, ma una compagnia di necessità per non stare da soli davanti alla malvagità del mondo”.
E lì, in sala, mi accorgo che il mondo malvagio siamo noi. Noi che guardiamo con disprezzo. Noi che, come dice Sofia, non li trattiamo come esseri umani. Noi che siamo assuefatti alla loro condizione.
E non perché la responsabilità sia la nostra, ma perché spesso sono proprio le persone più vulnerabili ad essere spinte verso i margini estremi.
Questo documentario racconta la storia di più di 100.000 persone in Italia la cui condizione di fragilità materiale e immateriale viene esacerbata dall’invisibilità.
Come se la negazione del «nonluogo» avesse assorbito anche loro.
E io, ognuno di noi, che di solito volge lo sguardo da un’altra parte, qui è costretto a osservare ogni minimo dettaglio per un’ora e quaranta. E guardando ciò che solitamente evitiamo veniamo messi difronte al giudizio, ma non sui protagonisti, bensì su noi stessi.
Questo documentario non dà risposte, ma dà qualcosa di più importante: domande e spazio di riflessione.
Quindi pensiamo, discutiamo e condividiamo.



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