Solitudine e colpa del Minotauro.

Dal classico al moderno, variazioni sul mito.
Perdersi nel labirinto del mito è facile, ogni storia ha le sue variazioni, infinite versioni e moltitudini di possibilità, allora bisogna, per quanto possibile, delimitare per confini e tracciare un territorio vastissimo per potersi muovere con più sicurezza e trovare un punto di partenza, per guardarsi intorno con passione e scegliere con necessità una direzione.
Il mito del Minotauro, raccolto da Ovidio nelle Metamorfosi, ha la sua origine nell’inganno e da un adulterio. È l’unione di Pasifae ed un bellissimo toro bianco a generare il mostro biforme cosi immediato da richiamare nella nostra immaginazione. La necessità di nascondere la prova dell’immondo adulterio, di celare la verità e la dimostrazione vivente di essere stato secondo ad un truce toro sedotto con inganno, portano Minosse a confinare il Minotauro, colpevole di infamare il matrimonio del re di Creta, dentro a un dedalo da cui è impossibile ogni fuga. La mostruosa creatura trova la sua fine per mano di Teseo, aiutato dalla di lui innamorata Arianna.
É proprio a partire da questa morte che l’immaginario si arricchisce di significato; il trionfo archetipico dell’eroe, dell’ingegno sulla bestialità istintuale, dell’umanità razionale sull’Es primitivo e illogico.
Il mito del Minotauro è, anche, un serbatoio di grandi rappresentazioni, dagli affreschi pompeiani a Canova che scolpisce Teseo trionfante, da Dante che descrive il mostro come bestiale e irrazionale guardiano, incapace di controllo al punto di colpirsi da solo, arrivando a Watts, più fine nel dipingerlo come simbolo di lussuria e avidità umana.
Lasciarsi guidare dal mito, però, significa concedersi la possibilità di percorrere strade non battute e diverse dove il mostro guadagna centralità e diventa il protagonista della sua storia.
In Dürrenmatt il Minotauro altro non è che il bambino, mostruoso, che separa il mondo in buono e cattivo, che tra gli specchi cerca un’immagine diversa da sé dell’altro, che altro non può essere che l’immagine proprio di sé tra gli infiniti riverberi del labirinto.
Il mito, qui, é la rappresentazione della solitudine di chi, guardandosi non solo non si vede ma non si sa ri-conoscere, di chi cerca la diversità dell’altro per poter affermare la propria individualità e quindi la conferma della propria esistenza.
La ballata di Dürrenmatt è la visione del Minotauro come infante al mondo che tra danze d’amore e conoscenza vuole scoprire la sua colpa, che in impeti di rabbia, paura e invidia, non conoscendo l’altro, uccide. L’ironia tragica di questa versione della storia vuole che quando si vedrà finalmente simile ma diverso nello specchio, nel riflesso di Teseo mascherato da toro, il Minotauro oltre a sè stesso, troverà la morte.
A guidare nel labirinto della ‘casa di Asterione’ di Borges é la solitudine di un Minotauro ora più consapevole e meno infante, fintamente superbo, che per espiare la colpa della sua nascita si lascia trafiggere a morte da uno stupefatto Teseo.
Asterione in questo racconto ci definisce la solitudine, l’assenza dell’altro e l’unica presenza di un modo chiuso dentro al labirinto.
Le variazioni sul mito classico permettono di riflettere sul bisogno, profondamente umano, del Minotauro di conoscere se stesso e l’altro, di scoprire la propria esistenza grazie a qualcuno diverso da sè, ma l’unicità del mostro, isolato e solo, concede a questa scoperta l’unica possibilità di passare attraverso violenza e morte.
A collegare la strada che porta dal mito a Dürrenmatt e Borges è la colpa ontologica della nascita, di chi, attraverso la propria morte, redime il peccato della menzogna e dell’inganno originale.
Ecco che l’essere biforme del Minotauro appare riduttivo per definire la complessità della natura dell’esistenza stessa e che in un continuo gioco di cambi di prospettiva e punti di vista ci resta l’unica consapevolezza che, forse, non basta il nostro riflesso in uno specchio per dimostrare a noi e al mondo la nostra esistenza ma che siamo, anche, negli occhi di chi non è noi.
Lorenzo



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