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Storia di un impiegato di Fabrizio De andre' - Dal fascino della rivoluzione collettiva al sogno di quella individuale

Immagine del redattore: Davide Scarlasetta
Davide Scarlasetta
26 giu
Tempo di lettura: 6 min

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.”

 

Questo è ciò che ascolta l’impiegato di De André, nel concept album che ne narra la sua storia. È un canto del maggio ‘68 francese: un'accusa di studenti e operai che combattevano per la libertà espressiva in un movimento di matrice marxista, che sfociò in barricate e scontri violenti nella notte tra il 10 e l’11 maggio. Un grido che spoglia, mettendo a nudo la codardia e l’indifferenza di tutti quelli che si sono nascosti nelle loro case “chinando il mento”. Ancora oggi queste parole echeggiano nei nostri salotti, in una storia che ciclicamente non lascia spazio alla perdita di memoria. 

 

“Se avete preso per buone le verità della televisione, anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti”

 

Questo atto di accusa trascende il tempo in un mondo che non ha mai smesso di bruciare. De André sfugge da un segmento temporale, rendendo immortale, e sempre attuale, un’opera anarchico rivoluzionaria, nonostante l’utopia di un’autogestione sia quasi scomparsa ai giorni nostri. 

Prima di ciò, l’impiegato era solo un uomo normale che “contava i denti ai francobolli”. La rivoluzione collettiva lo spaventa, il suo buonsenso, viziato da una società capitalistica che non ammette distrazioni, lo riporta alla scrivania, in una prigionia mascherata da profitto. Ma le idee non si possono nascondere sotto il tappeto, cavalcano le onde della coscienza di libertà,

rattrappita in ogni essere vivente. Egli si chiede in questo continuo dialogo con sé stesso, che cosa si provi a “liberare la fiducia nelle proprie tentazioni, nonostante la paura di non tornare al lavoro”. La continua lotta con il proprio dovere in una società individualista è più che mai attuale. Zygmunt Bauman introdurrà il concetto di società liquida nel 2000, ma già De André nel 1973 ci descriverà la perdita di punti di riferimento stabili, che portano alla frammentazione e all’incertezza dell’individuo sempre più responsabilizzato nel suo progetto biografico. È proprio in questo scenario che il dovere, responsabilità unicamente individuale, si trasforma in desiderio di appartenenza ad un gruppo che rigetta il potere soggiogante del capitalismo.

 

Ma un altro grande tema, più che mai attuale, attraversa il protagonista dell’opera, l’essere in ritardo rispetto ai tempi imposti dalla società. 

 

“Ormai sono in ritardo per gli amici, per l’odio potrei farcela da solo.”

 

Ed ecco che si richiude il cerchio della società individualista. L’uomo che deve farcela da solo, unico responsabile della propria storia, perché nonostante gli sforzi di far parte della collettività, non si sente all’altezza di condividere il coraggio, perché senza la sua paura non si fida di nessun altro, solamente del suo odio. Ed è proprio qua che la bomba si fa spazio nella sua mente, perché l’esplosivo gli dà la possibilità di una rivoluzione individuale, non gli serve altro, solamente il tritolo per illuminare “chi ha la faccia e mostra solo il viso”.

Dal piano del conscio, si passa a quello onirico dell’inconscio. Siamo all’interno di un ballo mascherato di celebrità, la maschera che copre la realtà degli uomini, la menzogna che permea l’alta società. Cristo che cede al desiderio del premio alla sua bontà, Dante che spia l’amore normale di Paolo e Francesca, rendendolo immortale mentendo a noi e a sé stesso, la vanità e l’invidia della Statua della Libertà, paragonata alla regina cattiva di Biancaneve. La bomba non risparmia nessuno, è imparziale e livellatrice di una società che si sente superiore agli altri mettendo in catene il proletariato. Non vengono risparmiati neanche i suoi genitori, la prima forma di autorità che ha dovuto subire, perché non esistono poteri buoni e la rivoluzione deve spazzare via ogni legame con il passato, per elevare l’uomo a eroe solitario. 

La stanza che illumina i cadaveri si tramuta in un tribunale buio, dove sono rimasti lui e un giudice. La musica da festa diventa un solenne tamburo che scandisce la sentenza. L’imputato ascolta solamente, non ha bisogno di rispondere, sa già di essere diventato il potere, il sistema si è rovesciato.

 

“Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare. Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?”

 

È ancora il giudice che lo incalza, lo legittima e lo sprona a compiere la rivoluzione, ma prima lo fa diventare suo padre, gli mostra la vita travagliata, il dolore che brucia nelle sue viscere, lo prova insieme a lui. Il compagno di scuola perso, la fatica per portare benessere alla propria famiglia, nonostante la moglie lo tradisca e lo abbandoni proprio con lui, il figlio meno voluto. Adesso le fiamme sono intorno al letto, un grido nella notte ribalta ancora la situazione:

 

“Vostro Onore sei un figlio di troia!”

 

Finalmente si sveglia, la realtà lo strappa dall’inconscio, nonostante esso abbia lasciato la traccia del fuoco attraverso un sudore febbrile. Ora lo stesso giudice che gli ha donato il potere, dovrà soccombere sotto il suo inappellabile giudizio.

 

“Ora aspettami fuori dal sogno, ci vedremo davvero, io ricomincio da capo.”

 

Sempre più solo e convinto, ritornato un uomo normale, trasforma il sogno in realtà. Ci spostiamo avanti nel tempo, il ciclo riparte, la bomba questa volta esiste davvero. Sceglie il parlamento per il suo atto di terrore, come simbolo del potere, come se al suo interno ci fosse il giudice. Galvanizzato come un Dio, nel poter decidere chi condannare, affida tutta la sua vita e tutto il suo terrore all’ordigno casalingo che si porta appresso. Qua si ribalta la prospettiva, come se per scoprire la sua vera natura ora lo dovessimo guardare dall’esterno, spostandoci dalla sua visione della realtà filtrata dalla lente della pazzia.

 

“Così pensava forte un trentenne disperato.”

 

Da compagni di rivoluzione a pietosi guardoni nella mente di un folle. Lo vediamo ridere davanti al parlamento, mentre la bomba rotola verso un chiosco di giornali che esplode. Nei sogni tutto era più semplice a dimostrazione che non era né un rivoluzionario, né un eroe, ma solamente un normale uomo disperato. Nonostante tutto, quello che “lo ferì profondamente nell’orgoglio” è un personaggio di questa storia che fino ad adesso era rimasto nascosto. La donna amata che lo ha lasciato da solo nel suo ridicolo atto terroristico. La vede, come una premonizione, in prima pagina sui giornali bruciacchiati che svolazzano. Si prende gioco di lui, mentre sfrutta i cinque minuti di celebrità che un compagno terrorista le può offrire.

Siamo agli ultimi atti, all’interno del carcere, dove ancora una volta viene incatenato dalla società. Nella solitudine della sua cella scrive una lettera all’amata, come a voler rendere reale la sua premonizione, come se la sua nevrosi prendesse il sopravvento. Esordisce senza mezzi termini, come un indovino privo di errore:

 

“Quando in anticipo sul tuo stupore, verranno a chiederti del nostro amore.”

 

È una richiesta di omertà, mescolata al ricordo di un amore malinconico. Una relazione che non ha mai avuto il bisogno di trasformare l’altro, ma che trasuda di insoddisfazioni tenute latenti fino a questo catartico momento. Lei viene accusata di aver avuto occhi solamente per il suo lavoro, come se lui fosse scomparso dalla sua sfera degli impegni. È ancora il capitalismo il leviatano della società che, alla fine, è riuscita a cambiarli davvero, allontanandoli per sempre. È un addio, prima che l’ultima rivoluzione abbia inizio.

 

“Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”

 

È proprio dentro al sottosuolo del mondo che finalmente si innalzerà ad eroe.

 

“Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà.”

 

Lo fa, ancora una volta, solamente per odio. Perché se deve condividere l’aria con i suoi piantoni, che sia solamente dentro ad una prigione. I suoi sogni avevano un finale diverso, il giudice gli aveva consegnato il potere, nella realtà lo ha privato della libertà dimostrandogli che gli uomini di tribunale non sono come lui.

 

“Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare.”

 

Rimane appeso alle sue labbra, come un morbo inestinguibile, l’immagine di lei, il pensiero che possa vendere il loro amore non lo abbandona, neanche dopo averle detto addio.

 

“Quel che dirà di me alla gente, quel che dirà ve lo dico io, da un po’ di tempo era un po’ cambiato, ma non nel dirmi amore mio.”

 

I suoi pensieri si trasformano in un vento rivoluzionario tra le celle intorno, come se avesse ricominciato un’altra volta e tutto il viaggio compiuto fino adesso fosse l’anticamera di un nuovo inizio. Bisogna essere coglioni per non capire che non ci sono poteri buoni e che chi ruba il pane lo fa per necessità, perché il capitalismo predica carità, ma non l’ammette.

 

“Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame.”

 

Quel semplice atto di rinuncia individuale diventa azione collettiva, e perciò reale rivoluzione, perché l’ora di libertà svanisce sì per i carcerati, ma soprattutto per i carcerieri.

Ed ecco che alla fine l’arcano viene svelato, urlato da ogni angolo della prigione, ricordandoci per l’ultima volta che la rivoluzione è reale solo quando è perpetuata da tutti.

 

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”


 
 
 

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