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L’Orfeo di Kerouac: l’ascesa nell’Eternita'.

  • Immagine del redattore: Davide Scarlasetta
    Davide Scarlasetta
  • 7 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Ci sono momenti nella vita che sembrano permeati da «L’impulso della creazione». È così che Michael, uno dei due protagonisti di “Orfeo Emerso” di Jack Kerouac descrive il raggiungimento di totale condivisione con Dio e l’Eternità. Quest’ascesa viene narrata da lui nella poesia “Note in un viaggio a Morfina”, una versione del Paradis Artificiel di Baudelaire. Nell’incipit dei Fiori del male, il poeta maledetto stesso afferma di come sia il Diavolo a tenere i fili che ci muovono e che ci porti a spremere «come vecchie arance […] piaceri clandestini.» È sempre Michael che, nel suo ultimo atto di follia, prima del ricongiungimento reale con il suo amore e il suo passato, ci urla che «Dio lo ha avvelenato con la sua essenza dannata!».

Tutto confluisce in un'opera che pare proprio un punto di congiunzione astrale tra mondi dionisiaci di epoche e paesi diversi. Nel mito originale fu proprio una seguace di Dioniso, a togliere la vita al disperato Orfeo, dopo la perdita dell’amata Euridice. Tutto torna in questo romanzo breve che è più un portale, un «impulso di creazione», appunto. 

I protagonisti sono Paul e Michael, due vagabondi civilizzati dentro ad un campus universitario, agli antipodi, ma legati da qualcosa che tutti i ragazzi che gli stanno intorno non riescono a capire. Un legame così carico d’odio che non potrà che svelare un amore che trascende le leggi della realtà.

Kerouac scrive questa opera solamente a ventitré anni, la sua prima, dove ancora si firmava con il nome John.

Io, circa ottant’anni dopo, trovo questo libro alla Feltrinelli, vagando per gli scaffali alla ricerca di qualcosa che risvegli emozioni sopite. Il titolo mi chiama, sussurra urlando, come se davvero Orfeo fosse appena emerso dagli inferi e mi avesse afferrato la mano con rabbia facendomi «come Dio cominciare a percepire». Mi sono congiunto anche io, sono diventano un «Uno» con Paul e Michael. È proprio in queste pagine trasudanti che Kerouac ci descrive la genesi di un genere, più forse di un ideale artistico, che ha investito tutta la mia carriera da scrittore: la Beat Generation. Congiunzioni, ancora, come se io stesso e i protagonisti condividessimo lo stesso Dio dannato, lo stesso Demone della scrittura che ci «culla e persuade», che ci fa evitare la psicanalisi, non perché non crediamo in essa, ma perché, come ci dice Michael: «…forse non scriverei più, perché avrei scoperto qual è il motore che mi fa desiderare di scrivere». Paul, invece, si dispera perché: «C’erano migliaia di libri che io sentivo veramente di dover leggere! Non sai le idee che mi si affollano in testa, l’urgenza che avverto, il tempo che passa veloce come sabbia nella clessidra.» Artisti, ma allo stesso tempo uomini, proprio come Orfeo.

Questa umanità viene mostrata violentemente nell’epicentro dell’opera, quando Paul si presenta ad una festa a casa di Michael. È proprio in questo momento che Paul fa qualcosa che rompe totalmente lo schema che manteneva in equilibro il poligono sentimentale bohémien. Un gesto semplice e incomprensibile, che però dà il via ad una spirale di odio, amore e disperazione. Lo informa che Helen sarebbe arrivata. La reazione furibonda di Michael finisce con una lampada frantumata, la festa rovinata e l’umiliazione da parte di Paul che senza scomporsi, dopo essere fuggito dalla finestra, gli dice: «Vorresti mandare a casa tutti vero? Amore o odio, tu sei sempre un perdente.»

Da qui in poi inizia la discesa negli inferi di Michael, fino ad arrivare al culmine dove crede che Dio lo abbia sconfitto e che l’unica soluzione per ribellarsi sia la morte. Ma Dio è lì, in quel campus, che lo sta aspettando a casa di Paul. Helen, l’amata di entrambi, a cui si uniranno in comunione fino a diventare anche fisicamente la stessa persona, lo salva facendolo emergere dagli abissi dell’inferno. Artista, uomo e Dio.

«E così tra le gioiose effusioni della donna, nel silenzio dell’immaginazione e del pensiero, si rinnovò il miracolo dell’interezza.»

Subito dopo, avendo compiuto il miracolo, come «Un santo antico» scompariranno per sempre dal campus.

Anche io lettore scompaio, il libro è finito, la realtà torna sul mio piano delle cose. Orfeo è emerso ancora una volta a ricordarci che l’inferno è solamente un viaggio, non la meta.

«Era vero che non avrebbero mai più rivisto né Paul né Michael […], ed era altrettanto vero che non si sarebbero mai fatti un'idea di quanto era realmente successo quella sera finché […] Arthur trovò una lettera nella propria cassetta della posta. C’era scritto: “Amenehmet contempla la bellezza del sole” ed era firmata “Orfeo”. […] Solo allora comprese, seppure confusamente, il vero significato di quello che era successo.»

 

Davide Scarlasetta 

 

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